Sola è la Sera

Quanto è sola la sera.
Quanto è vuota, eppur sì piena di gente, voci, parole.
Echi di risa, frasi incomprese, fuse nell’etere per svanire nel buio, nel nulla, in questa lieve brezza che mesta sospira, a cui nessuno bada. 
Mille pensieri, sfumati in un fiato dissolto nell’aura. Non una parola dalle mie labbra, seppur molte mi giungano alle orecchie. Non posso far parte di questo coro, non è la mia gente, non è la mia terra, non è la mia vita. 
Innalzo lo sguardo al cielo, ti cerco. 
Miro le stelle, chissà che anche tu le possa vedere. Chissà che il firmamento si stia riversando nelle tue iridi immense, tempestando di faville il riflesso dell’anima tua immortale, ed una misera parte di me sia rimasta intrappolata nel loro bagliore così che a te potesse giungere. 
Non sono qui.
Non sono fra tutte queste persone.
Distante è il mio spirito, che libero vola sulle valli dei ricordi.
Rilievi costellati di fiori, giulivi i fiumi che sgorgano limpidi, chiare le nubi dipinte nell’azzurro del meriggio, ed il profilo d’una rocca stagliato contro al giorno lassù sulla cima del declivio. Sentieri tracciati dal tempo e battuti dai piedi, dagli zoccoli e dalle libere menti, si diramano sull’infinito mondo che rimembro, che sogno, che spero. Un mondo vivo, dal cuore pulsante, laddove l’inverno non può gelare gli animi, laddove la pietra non può uccidere l’erba, laddove il Sole è l’unico Re. Un mondo da scoprire, da ammirare e da onorare, un passo dopo l’altro.
Ed una voce mi richiama al presente.
All’atroce, spietato ed estraneo presente.
Che cosa ci faccio qui? 
Straniera in terre ignote, esiliata nell’istante in cui aprii gli occhi al mondo.
Non era la mia luce quella che m’invase le iridi, non era la fragranza di casa quella che m’accolse, non v’era l’effluvio dei boschi né il sussurro degli alberi, non v’era l’essenza del vento serale né il gorgoglio dei ruscelli.
Non v’eri tu.

Ed ogni volta è come nascere ancora, ogni volta è come morire ancora.

Ogni volta che l’anima viene strappata dalla sua fuga, ogni volta che bruscamente viene privata di quel barlume di speranza, attizzato dai carboni di una vita spenta, che il sole possa sorgere ancora e noi con esso.
Nell’aurora che seguirà la lunga notte, aprirò gli occhi e vedrò te. 
Lascia, adesso, che m’eclissi da ogni cosa.
Lascia che ogni suono non sia altro che un eco lontano, sordo e confuso, di una realtà che non riconosco. 
Lascia che cammini in questa fredda sera, in cui la Primavera ha di nuovo tradito le gemme, tremando nel cercare il calore in una memoria lontana.
Una memoria in cui vive la tua essenza, in cui arde una fiamma antica, che alcuna tempesta potrà smorzare.
Lascia che chiuda gli occhi, dipingendoti sulla tela delle palpebre calate quasi come fantasia, perché in un sogno ingenuo possa trovare una traccia di te.
Vieni, vieni se puoi.
In questa brezza, nel silenzio che regna oltre a  queste voci, un silenzio che io soltanto posso udire. Un silenzio in cui puoi sussurrare parole, che io sola sentirò.
Vieni, vieni ti prego.
Non lasciare la mia mano, non lasciarla mai.

E. Edhilyen

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1 Commento (+aggiungi il tuo?)

  1. Arandur
    Apr 14, 2011 @ 20:52:21

    Il richiamo alla cosiddetta “dura realtà”, quando si è tesi a riafferrarne un’altra, è davvero pesante da sopportare… Testo meraviglioso! Dante Aligheri diceva che niente è doloroso quanto ricordare i tempi felici nella miseria (e questo proprio parlando di un tragico amore)…

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