Primavera di un Tempo che Fu, di Simone Lapan

 

Quello che segue è un componimento dall’immensa profondità che mi sento di condividere, scritto dal mio amico Simone.

 

Nel mattino di un mondo che or non è più le sorelle del cielo fuggivan l’aurora,

e fievole il lume di un giorno che fu sospingevale in aeri distanti,

mentre piogge dorate dall’astro nel blu di colori bagnavan la flora

e distese incantate all’azzurro lassù di ogni desto piumato intonavano i canti.

 

Non ricordo se l’alba fu d’oro o d’argento, né porto nel cuor dell’inizio il momento,

ma dolci sussurri, un richiamo nel vento, udivo da lungi qual fragile suono,

“Sei forse latore di quel che già sento ?” chiedevo degli alberi al regno in fermento.

Risposta indi giunsemi ed ecco il risveglio, radianza di vita, più forte del tuono.

 

Esplose ogni suono in un sogno di vetro, perduto nel pianto del dì primordiale,

un pianto di gioia, giammai cheto e tetro, vibrante d’amor di cui memore sono.

Ed ecco una danza esordire sui prati, vivente smeraldo in lucor surreale,

ricordi di terre ove tu ed io siam nati, ricordi del tuo più durevole dono.

 

O fuoco fatato che sorge di sera, cerbiatto brioso che salta di mane,

un bocciolo celato nell’alma di un’era perduta nell’etere al soffio del vento,

sì tu volteggiastimi attorno canoro che ancor il tuo eco quest’oggi rimane,

sì come di frivole allodole il coro annunciastimi il seme di tal turbamento.

 

“E’ giunta la nuova stagione, la vera ! Che ora ogni fiore i suoi petali sfoggi !

La lor chioma innalzino gli arbori fiera, che il tordo si levi ed il cervo si desti !”

dicesti d’ardore qual brezza leggera fremente correndo sui candidi poggi

esortandomi teco nell’aura foriera di speme fulgente che lesto cogliesti.

 

Dai clivi sinuosi all’empireo stellato un sol attimo attonito ci separava,

il velo dell’oltre al fulgore screziato di tenui memorie ancor arrideva.

Nel fiume dell’eco di voci armoniose ogni sguardo qual verbo al mio cuore balzava,

ogni dove anelammo per vie melodiose ed a noi tutt’intorno letizia scorreva.

 

La grande, la pura, la fresca e la vera, diletto dell’ode, poesia per il lare,

cantammoti ognor finché giunse la sera, sul suol coronato di blu secolare,

fin quando il suo manto la tenebra stese gioielli sospesi su noi rivelando,

silenti guardiani del verde paese in immense distese giacenti tremando.

 

Cristalli caduti in eterno memento, obliati crepuscoli in pietra mutati,

pensieri perduti che dal firmamento cogliemmo qual bulbi di luce adornati.

Le plusie sfuggivano al primo bagliore nell’ora in cui torna il trogone a volare,

quand’ecco dischiudersi al primo tepore quel nostro disio di svanir oltre il mare…

 

Lungi lo sguardo da riva s’avanza le acquoree pianure sognanti solcando,

ed oltre ogni oltre la strenua speranza va seco portando e le terre risveglia.

Da chi fu quel giorno nei tempi forgiato ? Perché abbandonammo quell’epoca, e quando ?

Ancor non è schiuso il disegno del fato e l’argento notturno su noi più non veglia !

 

Ma sempre nel cuore quell’ora risplende, ma sempre negli occhi il riflesso rimane

di quel dì che ancor il suo verde a noi stende l’arcano sentiero degli anni correndo,

celesti distese e paesaggi mostrando dov’erano ancor le corolle sovrane,

acciò che qui cada il presagio nefando di un mondo cinereo che ormai va svanendo.

 

Riecheggiano cori e richiami lontani, nell’iridi ancor il tremore danzante

del raggio di un’alba sui colli silvani racchiuso in un vivido scrigno pulsante…

 

Ma ciò che noi siamo si trova laggiù, nel mattino di un mondo che or non è più…

Sfavillio d’adamante disperso nel blu, primavera di un tempo che fu…

 

Mildir

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1 Commento (+aggiungi il tuo?)

  1. Arandur
    Giu 02, 2011 @ 13:25:09

    Che bella poesia… 😮 qui sul blog ci sta proprio bene 🙂 mi congratulo molto con il tuo amico!

    Rispondi

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