Alla Patria

A valle si disperde l’eco del passato, nel canto di un nibbio che mesto attraversa i cieli dell’ultima estate. Muore il giorno innanzi a me, nel riversarsi d’un sole sciolto in una lacrima, che lenta sgorga dall’anima lesa. Sangue di spirito, cade su zolle di terra assetata, memore del mio silente passaggio.
Io sono ombra, io sono vento.
Addio, mia patria.
Possa vivere il mio riso nel frusciar del vento, e che la mia voce canti ancora sui lidi di smeraldo, nel gemito del mare e nell’inno dei torrenti. Che i boschi ricordino il palpitare del mio cuore, il fremere dell’animo ardente di passione, e le corolle sboccino in memoria dei miei occhi schiusi ad ogni alba, colmi di speranza e bagnati dall’aurora.
Sussurrino le frasche il nome mio lontano, perduto nel silenzio d’un tempo antico e ignoto, nel suggerirlo lieve ai flutti turbinosi del fiume di montagna. In esso possa vivere, brillando e mormorando, l’essenza che io lascio in questa terra, il sangue dell’anima che dalle iridi cade.
Fa’ sì ch’Egli possa bermi, mia patria. Fa’ sì ch’Egli possa respirarmi, percepirmi, trovarmi in ogni fiore e in ogni stella, così come mirerò i suoi occhi nel cobalto dei cieli meridiani. Cieli stranieri, splendidi e crudeli, graffiati dal destino e macchiati dal pianto del mondo.
Voli ancora una falena nella notte dei tempi, e si posi fra i suoi palmi nel vibrar le ali.
Egli possa avvolgerla fra le dita, e sussurrare lemmi al cuor suo libero. Possa a me giungere quel sussurro antico, suggerito da un alito di sera. Recondito, segreto, sfuggente. Vengano al mio spirito le parole librate nell’eterno, solcanti l’universo, a portar la speme sempre oscura e sempre fonda, ad irradiar la giusta via.
E voli ancora quella falena, liberata dalle sue mani. Si perda nella notte, vaghi nell’oscurità nella cerca disperata d’un lume tremolante, bramando luce nel grembo della tenebra.
Ed Egli resterà, sulla riva del tempo, ad attenderne il ritorno.
Addio, mio Sire.
Schiuderò gli occhi a un nuovo mondo, piangendo il primo fiato d’un’esule esistenza. Cercherò in me le tracce dei tuoi palmi sul mio animo, gli echi della tua voce infranti sulle pareti del cuore, il tocco del tuo respiro lieve come l’aura avvolgermi lo spirito.
Cercherò il tuo essere fra le fronde intrecciate nell’abbracciare la luna, fra i fasci di sole che trafiggono le nubi, trovandoti in quanto di più immenso esiste su questa straniera terra.
Perdona se cadrò, se piangerò, se mi perderò.
Possa il tuo bagliore sfavillare nell’abisso di me, e l’anima si desti al richiamo tuo lontano, in un grido sussurrato che s’espande nell’eterno, sino a giungermi ed infrangersi nell’aula più profonda di tutto ciò che sono.
Attendimi, mio Sire.
Sboccerò all’imbrunire.

E. Edhilyen

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3 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. lalix
    Set 02, 2011 @ 13:49:06

    Bellissima… ogni altra parola, non renderebbe l’idea!

    Rispondi

  2. Arandur
    Set 02, 2011 @ 18:21:41

    Che testo dolcissimo… E così triste… 😦
    La tua prosa continua ad incantarmi…

    Rispondi

  3. Estelwen Edhilyen
    Set 06, 2011 @ 08:48:07

    Attenzione! Popolazione!

    Ho ritenuto molto costruttivi i commenti che avevate inserito qui di seguito pertanto, onde evitare che passino in secondo piano con l’aggiunta di nuovi articoli, li ho spostati nell’Angolo dei Lettori.

    Ringrazio di cuore tutti quanti voi.

    Rispondi

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