Sonno e Risveglio

Il mio cuore rallentava i battiti, come per seguire il ritmo dell’aura che lenta sospirava fra le frasche semoventi e mormoranti, che in un sussurro lieve chiamavano il mio nome, un nome intriso nell’aria di patria a cui nessuno più, adesso, risponderà.
Come l’eco dei miei canti, la terra gemeva un dolce lamento.
Il mio viso stretto sul tuo petto, perché potessi udire il pulsare della vita infondersi in me, quando la tua essenza si riversava nel mio spirito sino a divenirne parte, di modo che una luce avesse sempre sfavillato nel trafiggere la tenebra, ovunque i miei passi avessero vagato.
Gli ultimi. Gli ultimi battiti ancora.
Le ultime stille d’anima scivolavano in me, ed estreme lacrime sgorgavano dalle iridi costellate d’innocenza.
Stretta a te, aggrappata a quella realtà che non volevo lasciare, che temevo di dimenticare, trattenendo il fiato come se con esso avessi potuto catturare ogni più lieve barlume di tutto ciò che tu eri, di tutto ciò che quella terra era, di tutto ciò che noi eravamo.
Ma scivolavo. Scivolavo piano, mentre la realtà s’offuscava lentamente come annebbiata da in velo di foschia.
La mia mano stretta alla tua veste, nell’ultimo sobbalzo d’una forza superiore che mi trascinava a fondo.
La tua voce, soave come il vento e fonda come il gemito dell’abisso, si sparse nei meandri di me in un’ultima eco.
Un’eco che sarebbe tornata, nel tempo a venire, per infrangersi nell’aula del mio più segreto essere.

Ed ora vago, vago, vago ancora a caccia d’ombre di memoria.
Odo il loro richiamo, le sento scivolare sull’anima, le sento sfiorare il cuore nel mormorare antichi canti.
Ti trovo, ti trovo in ogni cosa.
Ti trovo nel silenzio, nella solitudine, nel caos e nella folla.
In un plenilunio, in una notte vacua, in un giorno d’amaranto e in un’alba fosca.
La tua voce vibra in me, come la corda di un’arpa che trema nell’eterno.

Morirò, al che mi sveglierò di nuovo sul tuo corpo, così come ti lasciai.
Le mie mani tremeranno, non saprò parlare, non saprò muovermi, non saprò pensare.
Sarò solo una gemma, che piano sboccerà al tuo fiato. Schiuderò le palpebre, reduce da un secolare sogno, nel lasciare che la luce invada le iridi mie stanche ed ingannate da una falsa verità.
Lascerò che le tue mani scivolino sui miei occhi, purificando gli specchi dell’anima prostrata, poiché di nuovo nasca pura come una corolla bianca, fiorendo di nuovo sulle terre che chiamerà “casa”.
Ed io tornerò ad essere me, lentamente, schiudendomi accanto a te. Specchiandomi nell’immenso dei tuoi occhi, annegandovi, bramandoli come una falena brama il bagliore degli astri, e nel sentirmi nascere, morire, nel comprendere d’esser d’essi parte.
Quanto tempo sarà trascorso?
Una sola notte in patria, riflessa in un viaggio secolare, quasi onirico?
Al mio risveglio, Sire, mormora il mio nome.

E. Edhilyen

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1 Commento (+aggiungi il tuo?)

  1. Arandur
    Set 09, 2011 @ 19:34:32

    Il vostro addio mi ha sempre straziata. Ogni volta leggerne, con la tua prosa toccante, è assai triste. Una pagina della tua anima, tesa come una corda d’arco.

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