Le Estreme Parole

Fu una promessa antica, antica come l’anima che porto.
Odi il canto del mio spirito librarsi nella notte, ascolta l’eco eterno della voce mia bagnata da un pianto di passione, spandersi nel nero che avvolge l’universo sino a condensarsi in una scintilla ardente, che giungerà al tuo cuore posandosi leggiadra nelle aule del tuo essere. Lì riposerà, bruciando lentamente, nel portare le parole che io esprimo in questo mondo per catturare il vento. Un vento di emozioni, pensieri e sentimenti, ch’arduo è imprigionare fra le sillabe.
Ma io qui son venuta, poiché recassi luce.
Ascoltami, mio Sire, perché un passo ancora ho inciso sul sentiero dell’eterno, ed ora sento più leggero il peso del vuoto che ci separa, il peso dell’aria che ci divide, il peso del buio che ci distanzia.
Sono un passo più vicina, ora che in me è affiorato cristallino l’eco del passato.
Il cuor mio è colpevole d’estrema ingenuità, e come un bucaneve è sorto nell’ultimo inverno, sporgendosi verso il sole nonostante ancora i ghiacci rivestissero la terra.
Il cuor mio è colpevole di troppo candore, e quel candore venne infine macchiato dal sangue dell’anima, lesa nel profondo perché inerme innanzi a quella spina, quella spina che non ho scorto perché celata da troppa luce, celata da una cornice di rose.
Ma un varco s’è infine spalancato, da una ferita che mi ha aperto il cuore.
Un varco ampio e profondo come l’abisso, nero e potente come l’oceano, immenso e sconfinato. In esso io sono affondata, lasciando che le correnti spingessero su di me, nell’ascoltarne il canto antico mormorare all’anima nel suggerire voci.
Fra di esse, mio Sire, v’era la tua voce.
Abbandonata nell’amplesso delle onde sono scivolata nel profondo, in un’aula buia e inesplorata, laddove risuonano parole ancestrali accompagnate dall’armonia dell’aura, del fiume, del mare, del bosco.

Ho udito le estreme parole.

Parlasti di tenebra, in quel giorno che moriva per non risorgere più. Per non tornare com’era. Parlasti di oscurità, mentre il sole moriva dietro alle cime imbiancate, da cui un fiume scendeva come un rivolo di pianto scivolando ai nostri piedi. Intonava un canto gaio, un canto che aveva accompagnato le nostre melodie. Un canto che gorgoglia nel mio cuore al di là del tempo, suggerendo quelle note che i suoi flutti han catturato e che adesso, silenziosamente, liberano nella mia anima rifiorita su estranee lande.
La tenebra sarebbe scesa nel mio cuore, ed avrei pianto. Ma nel buio nuovi lumi avrei scoperto, altrimenti velati dal giorno, e dalle lacrime sarebbero sorti nuovi germogli di speranza.
Mi donasti la fiamma del tuo cuore, come un fuoco ch’attizza altro fuoco, perché non temessi l’oscurità ed in essa potessi volare. Perché in essa mi destassi e nel suo ventre trovassi speme, speme che nel nome avrei portato e nell’essenza imprigionato. Della notte sarei stata ancella, destandomi al calar del sole, perché all’ombra dell’ultima luce scoprissi e portassi i barlumi del vero.

La tenebra scenderà nel cuore, ma essa verrà in pace.

Ti ho ritrovato, più prossimo e vero che mai.
Posso sentire la seta scivolare sotto alle mie dita, mentre i miei palmi sfiorano le vesti tue candide. Il tuo respiro, lento e profondo, confondersi con il fiato del mondo.
E il tuo bagliore, così sfavillante, ardente e crepitante come fiamme di un incendio, eppur sì lieve, soave, scivolare in me per divenirne parte. Del tuo fuoco io ho vissuto, alla luce tua sono cresciuta come un germoglio al sole. Ed essa è rimasta dentro al mio sangue, nella linfa dell’anima.

Io ricordo la mia casa.

La casa sorretta da bianche colonne, la cui ampia terrazza si sporgeva sui sentieri di sasso snodati fra i viali fioriti e i giardini pervasi di mille corolle. La terrazza di pietra su cui scivolavano le foglie dell’acero rosso, che d’autunno infiammava le mormoranti fronde, liberando parole nel vento sfuggente la cui essenza trovava ristoro nell’animo nostro, aperto alle voci dell’oltre. Come non nominare i sussurri dei cori dei salici antichi, degli olmi e dei faggi e delle chiare betulle. Come non ricordare una musica arcana che ora rideva ed ora piangeva. Il respiro silvano acceso da un’aura dalle mille voci, al cui richiamo arrestavi il passo per ascoltare, nel rispondere al tuo unico Re. Ed il tuo sorriso, adornante uno sguardo che sembrava distratto, nel dire che arriva la pioggia.

Io ricordo la mia patria.

Inseguo il bagliore che è dentro me stessa, estrema parte di te che in me giace, unica fiamma che in vita mantiene il mio animo. Sono venuta a vibrare le ali in questa terra d’oscurità, spargendo un muto grido che pochi potranno sentire.
Il mio ronzio si spargerà nell’etere nero. Le mie ali di falena muoveranno l’aria di questo eterno imbrunire, sino a creare un vento che porterà un richiamo e desterà dormienti stelle.
Sono venuta per portare la tua voce, eco di salvezza e speranza.
Nel raccontare apprenderò, nell’invocare risponderò, nel cercare troverò.
Promisi che sarei cresciuta, come un seme nella foresta. Una foresta straniera e lontana, lungi dalla tua presenza, lungi dalla nostra terra. Ma nel lasciarti laggiù, sui lidi oltre al sole e sulle vette dell’empireo, Sire, temetti di dimenticare.
Se un velo di luce apparente, effimera gioia ed echi di risa, avesse velato l’aula più fonda di me, non ti avrei ritrovato. Non avrei ritrovato me stessa.
Grazie alla tenebra per essere scesa, grazie alla luce per essere tenue, grazie alla notte che mi chiama ad aprire le ali, grazie alle stelle che silenti sfavillano.
Grazie anche al pianto, per sciogliere in me la tua antica luce.

Io porto la tua luce.

Infine mormorasti il mio nome, lì sulle ultime sponde.
Un torrente giulivo incorniciato di betulle d’argento ammantate, dipinto dal tocco d’ogni stagione nel rivelare i mille riflessi della sua essenza.
La speme della primavera, intrisa dell’aroma di letizia e leggerezza, l’effluvio del sole che nasce e dell’aria che brilla, delle prime corolle e delle piogge gentili. Il vento pervaso dei canti del bosco, degli uccelli destati e delle genti più gaie, voci dell’alba di un nuovo ciclo che il tempo spinge attorno al mondo.
La fierezza dell’estate, superba e gagliarda, esplosa di verde e ricca di frutti, in cui il canto del fiume si faceva più lieve e narrava di caldi meriggi.
Nostalgia di un tramonto che espande un dorato manto sulle valli d’autunno, macchiando le frasche d’oro e d’arancio, viola ed argento, imbrunendo le selve e vestendo i sentieri di foglie cadute.
Spoglie si facevano lentamente le betulle, quando le acque divenivano fredde, in attesa dei ghiacci che avrebbero imprigionato i flutti sfuggenti, cristallizzando il canto del ruscello in uno specchio di luce, che avrebbe riflesso i profili degli alberi nudi fra le nebbie dell’inverno.

Speranza, ogni cosa è immortale.

E. Edhilyen

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2 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. lalix
    Ott 06, 2011 @ 13:05:51

    E dalle tenebre è infine sorta la Luce!

    Guidata dal tuo muto grido, ascolto la tua voce, accolgo la tua luce.
    Stella dormiente mi desto al tuo richiamo, piccolo seme indegno che china il capo al tuo cospetto.

    Eccomi sono qui!

    Dall’abisso dello sconforto mi levo ed intono il mio canto di battaglia.
    Nuove forze mi abitano, rendendo sicuri i miei passi prima incerti.
    Un nuovo, splendido, sorriso inarca le mie labbra, mentre beffarda impugno la mia spada.

    Ecco, pongo il mio braccio al tuo servizio, perchè tu possa trovare in esso appoggio, protezione, riparo.

    Avrai in me un’alleata leale e fedele, un’amica sincera e paziente, una sorella amorevole ed affettuosa.

    Prendimi per mano Nulelisya e conducimi là dove le tenebre sono più fitte, là dove il bagliore è più tenue…
    … là dove la Speranza non muore. Mai!

    Rispondi

  2. Arandur
    Ott 08, 2011 @ 15:11:40

    E’ arduo commentare qualcosa a questo testo, soprattutto dopo quello che ha detto Lalix (che mi ha letteralmente tolto le parole di bocca! 😀 )
    Ho già manifestato la mia volontà di seguirti sino in fondo…
    Solo un fiore delicato come quello che sboccia dal tuo cuore può suscitare un tale ardore, e coloro che lo serviranno ne faranno loro stemma, e lo difenderanno più che tutte le gemme e i gioielli della terra.

    Rispondi

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