L’Amore oltre il Tempo

Che cosa hai visto, dentro i miei occhi vergini e scuri, che sfuggivano timidi dietro alle onde dei capelli castani?
Nascosti fra i rovi e le floride frasche, nell’antica foresta sul bordo del tempo, dove i rami intrecciavano le trame narranti fra i segreti sussurri di un popolo antico, mistico e infante, sbirciavano la via dei tuoi passi.
Signore di terre lontane, eri rimasto a portarne la voce. Rubavo i canti remoti e incantevoli con cui intridevi l’essenza del vespro e dell’alba, sulle rive del fiume che giulivo correva e dei tuoi pensieri prendeva la forma, volando e guizzando come stormi di uccelli e farfalle libranti in schiumosi zampilli.
L’eco delle tue risa risuona nel coro del vento, insieme alle voci del bosco che tesse le tele del fato e imprigiona i ricordi, risorge dal cuore come Sole levante spandendo radianza nella torva foschia dell’oblio.
Che cosa hai visto, quando hai affondato le iridi simili a scaglie di cielo, nel mio sguardo lucente che tremava dietro una coltre di pianto?
Perché hai sorriso, chinando il capo e sfiorandomi appena, invocando in un soffio Speranza?
Non avevo creduto, mio eterno signore, che il tuo sguardo indugiasse nel profondo di me. Ed io ti ho temuto, poiché fu come se stessi tenendo in mano il mio cuore.
Fuggivo, fuggivo da ciò che inseguivo.
Eri come una stella che radiosa brillava innanzi ai miei occhi, penetrando l’ombra delle frasche che intonavano gli inni serali, un astro fulgente che trafigge la notte cangiando in eterno ad un battito lungi da me, eppure inarrivabile, eppure inafferrabile.
Chi ero io, per anelare tanto?
Perché il mio spirito non ha mai più taciuto, dal giorno in cui ha udito la tua voce invocarmi?
Come un richiamo che echeggia nell’infinito, ho risposto seguendo la parola del cuore che lento, nel tempo, si è schiuso in fiducia come un bocciolo al soffio d’estate.
Come potevo temerti di nuovo, quando il mio giovane spirito ha trovato dimora nei meandri più fondi del tuo cuore immortale?
Resta il sussurro di una sola parola, un eco silvano intriso nell’aere custodito dagli alberi memori, dagli zampilli d’acqua scrosciante che levigava le rocce imbrunite, dall’aura che mite portava l’essenza dell’alba e gli uccelli destanti accoglievano il giorno, elessor.
E fu che il mio fiato divenne il tuo respiro, ogni battito del tuo cuore un istante della mia vita, ogni parola un filo che tesse la storia dell’eternità.
Cosa hai fatto di me, che come corolla mi sono dischiusa nel vespro che indugia sul confine del mondo?
Quanta luce hai deposto nell’aula dell’anima nuda, perché nessun luogo, né tempo né oblio ne velasse il candore?
Era una musica che descriveva i pensieri, emozioni intessute nel sospiro della foresta, la tua voce e la mia a disegnare spartiti nell’aere dando parola allo spirto, tracciando nel vento i segni di ciò che eravamo, insieme, celebrando la luce d’eterna promessa.
Ogni nota, scrigno di sentimento, s’è incisa nell’essere come astro danzante sul letto notturno, vegliando sul mare che muove correnti di fato, indicando il disegno di cui memore è il cielo sotto al cui sguardo unisti il tuo spirito al mio.
Un’ultima lacrima prima del sonno, prima del sogno, prima del viaggio.
Un’ultima lacrima caduta sui lidi di patria, intrisa oltre il tempo, goccia di luce cristallizzata come stilla d’ambra che imprigiona l’essenza del cuore, racconta d’imperituro amore, della luce fulgente ch’esso racchiude, della speme e la fede che sempre avrebbero brillato in fondo alla via.
Per questo ho sorriso, camminando incontro all’oscurità.
Ed ora sei qui, oltre alla fine, oltre all’inizio.
Oltre allo spazio, oltre al tempo che muove, oltre il reale.
In ogni respiro, in ogni pensiero, in ogni sguardo c’è traccia di te.
Oltre la vita, oltre ogni morte, è amore che batte scandendo un istante infinito.
Solo un fiato è il cammino che sembra incessante, nulla è il timore delle nebbie lontane né l’oscurità che allunga sui giorni, poiché in fondo all’essere brilla il Sole che porta il tuo nome, il Sole che s’alza alla fine del viale.
Non navigo sola, su onde d’oceano straniero. Sei nel vento che freme fra le mie ali.
Ed ora so perché hai sorriso, chinando il capo e sfiorandomi appena, invocando in un soffio Aurora.

E. Edhilyen

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