Le Odi delle Arie

Dialogava il vento con le fronde prone,
oscuro il cielo torvo sul candor dei fiori
magnifico intonava un canto di potenza,
correnti delle arie mosse in echi d’odi.

Il cuore mio scandiva il tempo d’armonia,
quando pulsava gioia nel pianto della vita,
disio mio primario batteva di passione
sull’infinita volta al di là degli orizzonti.

Caduta fra le nubi la Luna ha incoronato
di mistico barlume il cielo dirompente,
nei giorni di tempesta quieta ha riposato
fra cerchie della Terra piegate ai cori gravi.

Qual vento può cantare l’amore mio sublime,
qual vento può imitare un sì prodigo respiro?
Venni da mille notti a cogliere le stelle
qual petali dischiusi fra i rami delle ombre.

Qual neve può effigiare il candido mio cuore,
qual neve può cadere con sì gentile forza?
Venni da mille ghiacci in cerca di scintille
racchiuse nei cristalli di spente primavere.

Qual notte può serbare la luce del mio pianto,
qual notte può incendiare d’astri il buio eterno?
Piango fra rive brulle la linfa di ogni sogno,
pioggia rinascente fra le crepe della morte.

Qual albero può dire di un tempo che risorge,
qual fiore può appassire prima del nuovo Sole?
Vago fra nude frasche nella svanente sera,
fra autunni e inverni accesi agl’ultimi bagliori.

E. Oriel

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