La Danza della Luna

Veloci le nuvole sulla tela d’azzurro
veleggiavano tinte di ombre e di luci,
una scaglia di Luna supina nel giorno
riposava a tergo le maestose coltri.

Venne ai miei occhi arcana visione
quando la Luna prese a danzare,
toccai con le dita un lembo di cielo
ed essa sfuggì via dai miei palmi.

Muoveva veloce nel chiaro meriggio,
ora impigliata fra nubi moventi
ed ora nuda nel vuoto cobalto,
retto il tragitto volgeva a ponente.

A lungo danzò dentro i miei occhi,
fuggendo fra i venti qual ala in volo,
sinché fra le nubi scomparve il mistero
d’un moto ch’accese il cuore d’incanto.

E. Oriel

Annunci

Danza sul Moto dei Tempi

Sbocciavano stelle di un tempo perduto

quand’anche gli uccelli zittivano i cori,

cadeva la sera in tersi silenzi

in mille estati di lucciole accese.

Vestivo di fiori che non temono inverni

danzando al bisbiglio dell’erba tremante,

al brivido lesto dell’arpa sua bella,

a gocce di suono tessenti visioni.

Nuda corolla su landa ondeggiante,

movente al suo canto dagli astri rapito,

resta quell’ombra di danza perduta

a scivolar muta sul moto dei tempi.

 

E. Edhilyen

L’Uomo Immortale

Questo non è uno dei miei tipici testi poetici e criptici, stavolta voglio stendere i miei pensieri fra le righe in modo chiaro, evidente, perché chiunque abbia voglia di farlo possa coglierne il senso più puro.
Spesso mi sono domandata come mai il destino ci impone di prendere scelte esistenziali quando meno siamo nelle condizioni di farlo. Pensavo che non fosse giusto, pensavo che una persona dovesse avere il diritto di scegliere in piena consapevolezza cosa fare della propria vita. Ma ho infine capito che non è affatto così, poiché tutto ciò che ci serve sapere è ciò che davvero vogliamo, al di là di tutto quel che ci dice sia impossibile.
Il fato ci pone davanti ad un bivio e ci chiede di imboccare una delle due strade, nella chiara consapevolezza che entrambe quelle strade saranno senza ritorno. E ci dice, per di più, che qualsiasi scelta prenderemo ci costerà grandi fatiche e sacrifici, reali od essenziali che siano, a seconda della via che prenderemo. Spesso tocca le corde più sensibili del nostro essere, fa affiorare le più profonde paure e minaccia i desideri più cari ma ci spinge a proseguire nell’incrocio, perché se non si sceglie in tempo il tempo stesso sceglierà per noi. Eppure noi non conosciamo nessuna di quelle due strade, ne vediamo solamente un tratto, perché il resto è avvolto dalla bruma. Sappiamo solamente verso quale meta portano ma, in molti casi, alcuni di noi ignorano perfino questo. E come se ciò non bastasse, quando siamo sul punto di prendere una decisione giunge la realtà ad offuscare ancor più gli occhi già annebbiati, nascondendo il poco che hanno potuto vedere in quel misero istante in cui si sono aperti un poco, cogliendo un pizzico di verità dietro tutte le illusioni, se si ha avuto la fortuna di poterlo fare. È proprio qui, quando il cuore è più soffocato dai fumi del mondo e quando la mente è più attratta da tutti i suoi confortevoli sogni, che ci viene imposto di decidere che cosa essere. È in questo istante, quando l’anima è più sopita, che la nostra volontà più vera viene messa duramente alla prova.
Ed è qui che si compiono i destini di molti, sia per chi ha scelto la sicurezza di un sogno destinato a sbiadire con la morte del corpo, sia per chi ha rinunciato ad ogni appoggio reale rischiando di perdere perfino la sopravvivenza, pur di arrivare ad abbracciare una vita i cui germogli continueranno a crescere anche al di là della morte corporea. Ma il mondo ingabbia le anime, nate fra le catene della realtà, che ancora non hanno scoperto che oltre le sbarre vi è l’infinito. Molti conducono la propria esistenza come se quelle sbarre fra cui sono nati fossero i confini del loro essere, poiché sono così abituati all’idea di vederle intorno a sé che le considerano normali ed insuperabili, ma in verità non sono altro che tempo. È come se ogni sbarra fosse un anno di vita, ed ogni uomo fosse imprigionato in uno spazio delimitato da circa cento sbarre. Solo quando ogni persona avrà capito che dentro al suo cuore vi è la chiave per uscire da tale misera gabbia, che l’essere non è l’avere e nemmeno l’apparire, quando gli orizzonti del suo pensiero avranno varcato quegli stessi confini e quando i suoi sogni più arditi non saranno più circoscritti in un lasso di tempo, sarà finalmente libera di essere eterna, così come eterno è l’Amore.

E. Edhilyen

Mosaici

Mosaici sibilanti sopra la mia testa,
giochi rilucenti di riflessi lusinganti,
su lamine infuocate che incendiano le valli.
Luci che si inseguono fra gli spasmi delle frasche,
dal vento scosse forte come fiamme alla tempesta,
ombre che si intrecciano nell’eterna frenesia.
Voci che si uniscono in discordanti suoni,
sfuggenti melodie germogliano dal caos,
corolle d’armonia sbocciate nel frastuono.

E. Edhilyen

La Rugiada dei Tuoi Occhi

Gemme di cielo, mari di sogni,
notturno cobalto di fiori sbocciato
fra stelle appassite dai petali chiari
che danzan cadendo nel buio danzando.
Dona la notte il pianto silvestre
che veste le lande tessendo faville
sicché nei tuoi occhi nascevano gli astri
come cieli baciati da brina di stelle,
nel cui arcano velo l’alma mia ho posto
intrecciando gli spaghi di fibra lucente,
perché sia il cuor mio cristallo di cielo
e l’anima pianta in lacrime d’ambra.
Luce permane qual eco rinfranto
lungi brillando fra nebbie di vespro
eppur l’alba indugia in una singola stilla
che adorna il riflesso increspato dal tempo,
come immagine prona sui moti del mare
di cui gli occhi tuoi portavan la veste,
cieli ridenti,
adorni di tersa rugiada di vita.

E. Edhilyen

Prima di Chiedere

Prima di chiedere al cavallo di sentire le nostre richieste dobbiamo imparare ad ascoltare le sue.
Prima di aspettarci la più piccola fiducia dobbiamo avere il coraggio di dar lui la più grande.
Prima di indossare maschere di forza dobbiamo porci a mani nude con l’innocenza di un infante.
Prima di pensare di poter dominare il suo essere dobbiamo imparare a controllare noi stessi.
Prima di bramare di unire due corpi in danza dobbiamo mirare ad unire due spiriti in canto.
Prima di chiedere al cavallo le sue doti più grandi dobbiamo donargli le nostre più alte virtù.
E prima di dire che tutto è possibile attraverso la pratica e i giusti strumenti, dovremmo capire che guardare il reale entro il confine dei sensi altro non è che l’illusione di un cieco.

2013-02, Anarsil (40)

E. Edhilyen

L’Acero Nudo

“…le foglie sue vermiglie son scivolate via, 

su lastrico frusciando il lamento d’un addio

al grigio baluardo che ha donato le sue ali…”

Questa composizione è stata pubblicata sulla nuova rivista letteraria “The Circle Review”, dove potrete trovare la poesia completa, scaricabile gratuitamente qui.

Tramonto al Brengo (1)

L’Eco di Mille Sere

L’eco di mille sere, è sfumato lontano nel latrato del vento che a valle fuggiva verso i mari remoti. Lungi, ove il tempo è rugiada posata sui cieli notturni come astri caduti sui prati d’Inverno scorgevo le nubi cadere, i cieli inclinati fra i fuochi del vespro come spade roventi battute dal ferro, la terra tremare in un pianto profondo il cui gemito sale sin dalle viscere, per disperdersi infine in un solo vagito ch’ogni giorno riporta la voce di speme sbocciata in polveri di caos.
L’eco di mille sere, ritorna a cantare in un’ode che inonda il silenzio sovrano, laddove tacciono i boschi pervasi di gemme vestite di ghiaccio, mentre il Sole moriva come fiamma smorzata oltre alle vette velate di nero, oltre la coltre di grigia caligine che veste le lande rase a deserto di chiasso, perché una catena stringa il cuore del mondo sino a impedirne il battito, ed ogni anima persa in meandri d’inferno, in labirinti d’inganni, ne divenga un anello.

E. Edhilyen

Specchio del Passato – Ingu ian-Wanod

Le dita intrecciate a disegnar l’accordo di silente armonia, le ombre fuse l’una all’altra allungate sui viali d’Autunno, scivolanti sul tempo per sfiorare l’eterno sfumato in un soffio di fiato.
Il passo lento, che scandiva il pulsare d’infinite stagioni, nell’oro d’Autunno gemeva un sussurro calpestando i tappeti appassiti, distesi sui viali infiammati dinanzi agli sguardi nostri passati.
Lieve la brezza accordava le frasche vibranti in eufonici suoni, lamenti descritti dal tremar delle lamine che leste tingevano l’aere di note sfuggenti, lambenti lo spirto e ghermenti i pensieri riflessi nell’aria che specchia i ricordi.
Specchio del passato, rivolto all’imbrunire laddove muore il Sole nel tingere le lande di toni vespertini, oggi come ieri catturi nel riflesso di una foglia tremolante tutta la foresta gloriosa e imperitura che ha udito i miei vagiti di bambina, ove ho lasciato impronte dei primi passi incisi sulla via degli orizzonti, sulla via del Sol che muove in una danza eterna.
Oggi come ieri torni a scintillare, specchio del passato che rifletti i fuochi sciolti in un tramonto che s’attarda sulle azzurre cime, rivelando agli occhi inondati di passione i ricordi dell’eterno di cui ero madre e figlia.
Screziata era l’immagine dalle ombre di una vita velanti la purezza perché non sia il cuor mio, or fragile ed effimero, smorzato dall’immenso.
Così ti ho ritrovato, una volta ancora e sempre, in una singola scintilla che brillava in grembo ai prati pulsando in una stilla, posata su uno stelo che germoglia sulle soglie dell’Inverno, lì ritratto in una goccia che racchiude l’universo, memore che un dì un sol fiato era perpetuo.

In-lebir na degrad i-orwedh o hégal uchloneth rithian, in-morchanadad ér na-adren dremistannen ienial or i-thurvenen o Firith, sistal or i-lú na chúbad i-uior vi hurud o fiss edhuscan.
I-chlelial wanadh, ethellal i-dambiriad o belir ilvennen, min i-chlor o Firith evianne chluss nunnabrad i-phalladren duiph, angerian or in-runnen durvenen ub
 in-gethad ven wánan.
I-chwest waed orwedhant in-chrustyn i ngaenianner vi chlaim algloenial, nénaid ed i-ngiriad ethedhan i-girysc lim i glammer i-wae o lhonillen arlerial, labdal i-húl a chrabdal in-inned vin i-wilith i gultha ian-renied ithiannen.
Ingu ian-wanod, na-gomarnad embrennan ias Anor firia min glábad in-iaenaidh o sernadui chaelais, sir ben iur chostadh mí-inc o ngingiriad las i-dor phán aglareb ar ilphallab i chlaeriant in-ngevied nin o chiniel, ias lestannen girth i-minen waenaidh or i-men i-genuméded vingirian, or i-men i Anor vulial vin liliad uirui.
Sir ben iur na diniad enduliadh, ingu ian-wanod ithial in-ner vi annún i or in-eig lhuin ethelia leithan, nuchistad na ian-chennad drechluian od vil in-renied in-uior on in amir ar ienn anen.
Terebran aen i-nauth ed in-weith o guial i chistar i-naegas sui uren ú-ná, sí chastob ar wanui, ed i-ilvenneth faethian.
Sui athúnen le, adui lú ar orui, min din hent i hilianne vobos in-salcheir vin mirog dambiriad, honnen or thelch i duia na-fennas o Chríw, tas godeithan min chlim i chlód i-erubrennan, renial i min aur, ér fiss uivored aen.

E. Edhilyen

Oltre il Sogno degli Occhi

Sui selci il vento giocava, in un canto e bisbiglio le foglie cadute gemevano piano, leggiadre muovendo in un fiume a rilento che piano fluiva sull’umida pietra. D’oro infiammate, di rosso macchiate, addio mormoravano a verdi sorelle ancora aggrappate alle frasche, ancora aggrappate alla speme il cui canto intonava stentoree armonie, tremando nel vento che in un soffio portava la fredda parola d’inverno a imperare.
Scissa la terra del tempo narrava, di luce tingendo le vesti dei prati, dei boschi silvani a lungo solcati che ancora vegliavano su vie abbandonate, dai rovi precluse ai passi di erranti i cui piedi non portano graffi di rose selvagge, laddove i segreti, confusi e feriti, restano muti nelle reti di fronde contorte a tenere del vero l’essenza, rimasta nei secoli viva.
Lontano dal grigio, ho ferito la pelle in selva d’autunno, con te camminando, oltre ogni via segnata dal mondo, oltre ogni strada dal verbo dipinta, sangue versando e ancora avanzando sulle pendici coperte di foglie, sino alla vetta più alta e selvaggia ove regnava di spirto il primordio.
E ancor più lontano dal giaciglio del cervo echeggiava il richiamo dell’aquila, così ancor più distante volsero i passi laddove le nubi smorzavano il volo, perché è nostra la meta ove il sole si desta, ove il sole si spegne, oltre il sogno degli occhi.

E. Edhilyen

Trame Notturne

Silenzio eloquente, esteso nel ventre di notte d’Estate, supino sul mondo che piano danzava al canto sublime di voci taciute, cori dei grilli e di uccelli notturni, che libravano lieti segrete armonie tessendo nel buio le trame di storie obliate.
Ed oltre i segreti, fra spazi deserti di tenebra invasi, vuoti e raminghi angoli oscuri che girano altrove in danza perenne, piano oscillando nel tempo che muove al di là d’ogni credo, scandito dal pigro ascendere chiaro della Luna che giace sul trono del cielo, sussurrano allegri fra ombre parlanti le mistiche note gli alti alicanti.
Intorno alle strade che portano al nulla, al tutto ed al niente, che solcano eterne gli strati del mondo come una rete che lo riveste, ove muovono i passi gli uomini stanchi che lenti trascinano i piedi a dimora, verso l’abbaglio che li imprigiona nel ciclo perenne d’eterna morenza, cantano il fato che il mondo disvela in un gemito lieve fra foglie frementi.
Sui prati oscurati, dipinti del pallido lume argentino, dove le stelle riversano gaie il riso immortale vegliando sul vero, negli occhi di chi si ferma a osservare l’antico splendore che ancora stupisce, riversano i lumi di estreme memorie di nuovo perdute eppur ritrovate nel moto del mondo che ascende all’aurora.
Sia così mite ogni cosa, sia misera ogni stella come singola lucciola, che pulsa nel buio come astro dorato danzando leggiadro fra gli steli dei prati, sull’orlo di un lago, in leste movenze apparendo e sparendo, in un battito eterno di vita trovata oltre la coltre che nera riveste il reale a riposo.
Danza e ancor danza, stella perpetua d’ali dotata, finché il tempo vorrà che il tuo volo rimanga a scalfire la notte disegnandone i tratti, finché il tempo vorrà che la vita perseveri a tergo all’oscuro e sia di speranza il bagliore funesto, finché il tempo vorrà che l’occhio indiscreto veda il tuo lume fra gli astri del cielo, e sia così grande la luce che inonda gli sguardi illusi da credere infine trattarsi di stella danzante.
Muovi, finché il ragno tesserà la sua tela, finché il volo di luce non si smorzerà nella trama di un solo nemico, nella trama di un singolo errore, nella trama di un solo destino, nella trama dell’infida realtà.
E intanto la Luna sbocciava nell’erba che piano muoveva alla carezza del vento, piccola come un singolo fiore che nasce fra le corolle di campo, timida e pallida ascendeva silente nel mezzo del cielo, schiarendone il volto come luce disciolta nel tetro imbrunire.
Eclissando le stelle con bagliore fulgente, irradiando le valli di tenue candore nel rubare le tinte alla terra dormiente, che piano si veste d’un manto di stelle sotto alla coltre dei fiori celesti, sbocciati nel grande e infinito giardino di cui il firmamento è fertile terra.
Corolle notturne adagiate fra chiome d’alberi saggi, come frutti di luce sospesi in intreccio di rami, frutti di speme e lembi di vero che ancora scintillano oltre ogni tempo, schiarendo la via di chi ha spinto il passo attraverso la notte dell’incoscienza.

E. Edhilyen

Tiria l’Ey n’Om

Vuoto. Vuoto primordiale che si espande nell’oceano di parole perse, naufragate nell’oblio e nella dimenticanza, lambite da un vento che scuote le onde muovendone il corso, mare di lacrime e inchiostro che intride le pagine dei giorni a venire.
Sguardo che emerge dal passato, barlume ancestrale che splende al centro di iridi nere, scrigni di luce candida e pura giunti sui lidi oltre al tempo, a portare il bagliore del vergine amore, sulle foreste ove indugia il tramonto.
Approdata su terra straniera, di gioia vestita e dal cuore condotta, diversa, all’ombra del tetto intrecciato di frasche antiche che mute osservavano le lente movenze ed udivano ogni singolo fiato, nel mistico fascino del regno ambrato che silente spiava la via che incidevi.
Hai incontrato il mio cuore, figlio dell’alba e del vespro, specchio del giovane spirto adagiato in un nido di silenzio e mistero, alla luce crepuscolare del perpetuo imbrunire il cui verbo descrive struggente incanto.
Albeggiarono i cieli nel profondo dell’essere, seguendo la stella del primo mattino rischiarare il manto notturno, dolce barlume che timido brilla, negli occhi scuri e ridenti che osservano il mondo danzando, per te, regina dallo sguardo di bambina.
Abissale, si è schiuso il mio cuore per accoglierti in esso.
Quanto invocasti la mia voce elevarsi nel canto, disegnando nell’aria stille di chiaro cristallo, che come pioggia scivolavano nell’etere invaso del riflesso di vigili sogni, sulle cui ali volava la mente librandosi oltre al confine del vero.
Odi l’eco del tempo obliato, ora che lungi solchiamo l’impervio sentiero.
Odi il mio spirito gemere dietro la coltre silente, cortina di lacrime posate sul tempo come rugiada su rose dischiuse, nel profondo infinito dell’essere che piano risponde al richiamo del Sole.
Sia l’anima verbo sincero, voce che guida i tuoi passi attraverso la notte più oscura, poiché niente è più vero dell’alba.
Sfuggano gli occhi da abbagli ed inganni, poiché sia lo spirito a osservare davvero e come fiamma danzante disciolga in un soffio le eteree illusioni.
Silente custode dell’anima tua, nel mio cuore è affiorato l’eco d’antica promessa, onorata in un solo sussurro, dipinta in un fiato d’un tempo obliato: n’entyòre.

Tiria l’ey, ye-enòre n’om. Atane.

E. Edhilyen

La Danza dell’Infinito

Il fiato degli Angeli carezza le valli in un tocco sfuggente, vibrano adagio le frasche pervase di foglie che tremano in sussulti di musica. Disegnando le armonie sul firmamento, laddove sbocciano le stelle come note su spartito, si delineano in un canto le tracce del destino di cui un solo fiato ne può deviar la rotta, come nave che scivola fra la spuma delle nuvole la cui vela freme al respiro degli Angeli.
Si ergono gli alberi alla volta degli astri, sfiorandoli coi rami che gemono un’ode immortale, come una danza che li onora nell’eterno venerando l’infinito scritto e intriso nel candido bagliore. L’infinito che muove i cicli, solleva i mari e schiude le gemme, mentre la Luna Regina volteggia intorno al mondo come madre che veglia sui figli, custodendo nel pallido volto il barlume d’eterna speranza, riversando l’essenza di vergine luce sulle lande a riposo. Scivolano le ombre sulle tele verdeggianti, che mormorano lievi i segreti della notte, lambite dal volo di creature silenti e dal canto solingo dell’anime antiche la cui voce risuona nell’eco del vento, nella voce di un usignolo, nel battito d’ali di una farfalla la cui eterna vita si spegne in un giorno, in un singolo passo di danza.

E. Edhilyen

Muto Lamento

Scivola l’anima fra gelide sbarre, esule fugge fra i fiori di campo danzando solinga fra arbusti fruscianti, ma gravano infine sul corpo spossato catene che avvolgono le ali ferite.
Gli astri raccontano muti i ricordi ascoltando le voci taciute, i segreti svelati, lamenti dispersi nel buio soltanto e lacrime d’angeli perdute in silenzio dinanzi alle stelle a cui speme domando.
E solo un pensiero sboccia non visto, fra righe di pianto e parole sì vane, nelle frasche impigliate come rete di sogni sussurrando in eterno memoria di pena.
Sì fonda, remota, indistinta.
Che cosa mai disse un pianto d’amore, a voi che distanti custodite il mio cuore?
Lungi nel tempo torna il verbo mio arcano, tessendo parole riverso l’essenza di un’ode struggente la cui voce risuona nei meandri abissali.
Come cenere al vento il pensiero mio vola, nell’aria perduto o forse sfiorato, poiché sono spirto che in cuori altrui vive.

E. Edhilyen

Gemme nel Silenzio

Trema la luna nell’acque agitate, nell’ode remota di un gemito infranto,
fra voci taciute e muti lamenti di cuori narranti in un fiato soltanto.
Danza speranza disciolta in scintille che svelano timide il loro candore,
su coltri di tenebra tessendo silenti la tela funesta d’un nuovo bagliore.
Nell’umida terra di lacrime intrisa, catturano gli alberi gli echi dispersi
di canti perduti nel grembo del tempo e in spiriti estranei infine riemersi.
S’ode il fragore d’un fiore che sboccia, vibra nel cielo come rombo di tuono,
nei prati vestiti di brina ed astanti a sentire del vento solo il gelido suono.

E. Edhilyen

Il Pozzo Guliard

Si diceva che le acque del pozzo Guliard affondassero nelle profondità più segrete della terra, dove esisteva una grande grotta in cui aveva dimora la Regina Gea che aveva il potere di togliere e di dare la vita.
Chiunque avesse bevuto un sorso delle acque di Guliard sarebbe diventato immortale e niente al mondo avrebbe potuto ucciderlo. Nessuno, però, aveva potuto attingere alla sacra fonte perché, come narrava la leggenda, la Regina Gea rovesciava il secchiello dell’acqua ogni volta che qualcuno provava ad immergerlo nella fonte.
“Solo uno spirito impavido, puro e sincero berrà da questo pozzo!”, diceva la Regina nel segreto della sua stanza sotterranea, ridendo ogni volta che il secchiello di legno si calava nella profondità della sua casa con quella lunghissima catena tintinnante, la più lunga esistente al mondo, tanto lunga che per riavvolgerla occorreva un giorno intero.
Gli abitanti di Sacressan, però, non si davano per vinti: non c’era abitante che non avesse provato, almeno una volta, a soddisfare i bisogni della Regina Gea per ottenere in cambio una singola goccia dell’acqua di Guliard.
Ma niente. Nessuno aveva mai visto tornare in superficie il secchiello pieno e, si dice, qualcuno aveva perfino provato a leccarne i bordi!
Eppure dell’acqua miracolosa non tornava alla luce nemmeno una lacrima.
“Figliolo”, dicevano le madri ai figli giovani e forti, “c’è ancora speranza! Va’ e compi gesta che nessuno ha mai compiuto! Fa’ che tutti si ricordino di te! Fa’ che il tuo nome sia sulla bocca di ognuno cosicché la Regina Gea non possa che riconoscere la tua gloria e ti doni l’immortalità!”
“Voglio essere immortale perché la mia stirpe non venga mai dimenticata”, rispondevano i giovani coraggiosi. “Andrò per il mondo e attraverserò tutti gli imperi. Conquisterò tutte le terre e farò sì che il mio nome sia amato e temuto in ogni angolo del pianeta!”
Così i ragazzi saltavano in sella ai loro destrieri e lasciavano la famiglia a badare alle coltivazioni e agli allevamenti, partendo in cerca della fortuna e della gloria. A Sacressan rimanevano sempre in pochi e perfino le fanciulle provavano a distinguersi nel tentativo di fare qualcosa di straordinario, qualcosa che nessuno aveva mai fatto, qualcosa di così meraviglioso che sarebbe rimasto per sempre nella memoria di tutta l’umanità.
Un giorno, un prode cavaliere tornò al villaggio galoppando intrepido e instancabile con il suo destriero nero, facendo svolazzare un lungo stendardo rosso e portando fieramente la corona di diamanti che gli cingeva il capo. Cavalcò attraverso il suo vecchio paesello di sassi, sulla cui via principale si radunarono tutti gli abitanti che si inchinavano al suo passaggio lanciandogli fiori ed acclamandolo.
Lui si recò immediatamente nella piazza circolare nel cui mezzo sorgeva il pozzo Guliard, circondato dalla folla che si era riversata per intero intorno a lui. Fra i bisbigli e le acclamazioni l’uomo sganciò il secchiello, che precipitò nell’oscurità del pozzo facendo srotolare la catena tanto velocemente da farle far scintille.
“Regina Gea!”, gridò mentre il secchio continuava a cadere, facendo rimbombare la propria voce possente nel pozzo. “Io sono Beor signore di tutti i reami! Ho conquistato tutte le terre su cui ho messo piede, ho fatto sì che il mondo intero obbedisse alla mia voce, ho accumulato più oro di chiunque altro e ho sconfitto tutti gli avversari che mi hanno sfidato!”
La folla applaudì e cantò le lodi di Beor, che si inchinava a tutti i presenti sorridendo orgoglioso. La catena terminò, allora calò il silenzio più totale. Il secchiello era finalmente giunto nella dimora della Regina Gea, che avrebbe presto esposto il suo verdetto. Tutti rimasero in trepida attesa, finché videro la catena oscillare lievemente: il segnale che la Regina aveva risposto.
Così, incitato dalla gente, Beor iniziò a riavvolgerla. La trovò estremamente dura e pesante, segno che il secchiello era pieno. Ciò non sfuggì a nessuno dei presenti, che presero a cantare gioiosi, a ballare, a ridere e a versare fiumi di vino, mentre l’uomo faticava per riavvolgere la catena. Passarono molte ore, Beor era ormai fradicio di sudore, ma la prospettiva dell’immortalità gli impediva di mollare la presa e i suoi conterranei non mancavano di incitarlo a resistere.
Il secchiello giunse finalmente in superficie quando ormai il sole stava calando, al che il cavaliere lo afferrò e lo appoggiò sul bordo del pozzo.
“Guardate!”, gridò rivolgendosi alla gente con le braccia aperte. “Sacressan avrà il suo Re immortale!”
Fra le grida e le lodi afferrò il secchio con due mani e lo sollevò rovesciandoselo sul volto. Un istante più tardi Beor tossiva e sputava, tentando di ripulirsi la bocca piena di terra.
Calò un sepolcrale silenzio, interrotto solamente dai colpi di tosse dell’uomo che stava per strozzarsi e che si buttò sulle ginocchia, tentando di liberarsi la gola da tutta la terra che aveva ingurgitato, ma ormai era troppo tardi: Beor soffocò sotto gli occhi dell’intera Sacressan.
“Vecchia strega!”, gridarono tutte le persone una volta superato lo sgomento. “Assassina! Demonio! Hai ucciso il nostro prediletto!”
Avvenne così che il pozzo Guliard venne chiuso per moltissimi anni, e attorno ad esso venne costruito un muro invalicabile a cui si poteva accedere solamente attraverso un cancello chiuso da almeno cento lucchetti.
La Regina Gea divenne una sorta di demone per gli abitanti di Sacressan, che la reputarono malvagia, ingiusta e pericolosa. Perfino le case che erano costruite nelle vicinanze del pozzo vennero abbandonate e nessuno si occupò più di curare i fiori e le piante che crescevano lì intorno, per paura di avvicinarsi al pozzo.
Dopo alcune generazioni, però, il pozzo Guliard divenne una leggenda e le persone non credettero più nell’esistenza di un’entità che dimorava nelle sue profondità.
Così alcuni giardinieri si occuparono di tagliare le erbacce e le sterpaglie, mentre i falegnami e i muratori ristrutturavano le case abbandonate e facevano tornare la vecchia piazza al suo antico splendore.
Quando uno di loro si avvicinò al pozzo per tagliare l’edera che l’aveva avvolto, udì una suadente voce di donna provenire dall’oscurità: “Io esisto!”, diceva con tono cantilenante. “Dillo a tutti! Io esisto!”
Il falegname corse via spaventato, gridando a tutto il paese quello che aveva sentito. In breve l’intera Sacressan si riversò nella piazza, al che tutti poterono sentire la voce che proveniva dal pozzo e diceva: “Sono la Regina Gea! L’acqua di Guliard attende di essere bevuta da un nobile spirito!”
I paesani iniziarono a parlare l’uno sull’altro e in breve si ripeté lo stesso destino che spettò alla vecchia Sacressan: tutti cercarono di prevalere sugli altri.
I giovani partivano in cerca di avventure, le fanciulle miravano a sposare gli uomini più ricchi, gli uomini espandevano i propri domini e le donne lottavano per ottenere più dignità.
Una dopo l’altra, molte persone si recarono al cospetto del pozzo Guliard vantando le proprie gesta: “Io sono Galeon e ho costruito un attrezzo con cui l’uomo potrà volare!”
“Io sono Sonia e ho scritto le regole della società!”
“Io sono Calio e ho inventato la moneta!”
“Io sono Marion e ho progettato le case con cento piani!”
“Io sono Efrem e ho costruito le strade più lunghe!”
“Io sono Laria e ho tracciato i confini di tutti gli stati!”
“Io sono Dario e ho scoperto la luce artificiale!”
“Io sono Silia e ho realizzato i cavalli di ferro!”
Tutti loro, uno dopo l’altro, sollevarono con gran fatica il secchiello del pozzo, e lo trovarono pieno di terra. Ogni volta le speranze di tutti si infrangevano e le persone non capivano come mai la Regina non apprezzasse i loro intelletti né le loro gesta così importanti, che avevano segnato la storia dell’umanità.
Il pozzo Guliard venne abbandonato, essendo che tutti avevano ormai inventato ogni cosa immaginabile. Una volta, un uomo si recò al pozzo vantandosi di aver camminato perfino sulla luna, ma anche lui, come tutti gli altri, ricevette in risposta un mucchio di terra nera.
Nessuno sapeva capacitarsene, così credettero che la Regina Gea si prendesse gioco di loro. Il pozzo venne lasciato lì, talvolta gli abitanti di Sacressan ci passavano accanto pensando a quanto fosse strano il destino, mentre il paese intorno a loro cambiava aspetto e diventava sempre più grande, sempre più rumoroso, sempre più grigio, sempre più freddo.
In molti cercarono di abbattere il pozzo Guliard, quando lo spazio non fu più sufficiente per le dimore delle persone che si moltiplicavano di anno in anno. Nessuno però riuscì mai a scalfire quella pietra, nemmeno con strani marchingegni diabolici che spandevano tutt’attorno un gran baccano fracassando i timpani di chi ci passava vicino. Così gli operai si arresero e il pozzo rimase al centro della piazza, dimenticato nel tempo.
Sacressan aveva perfino cambiato nome, adesso le persone la chiamavano Metropoli.
Metropoli era caotica: piena di rumori assordanti, rombi, stridori, strani fischi e strane luci che lampeggiavano, strane strisce disegnate ovunque e strane dimore grigie senza alberi intorno. Gli uomini erano chiusi in se stessi, nessuno cantava e nessuno rideva, in molti cercavano qualcosa negli sguardi degli altri ma nessuno osava chiedere niente. In molti gridavano, in molti piangevano, in molti correvano, in molti camminavano con la testa bassa. In pochi speravano, in pochi amavano, in pochi sapevano.
Intorno al pozzo Guliard si sedevano spesso alcuni ragazzi, ignari di tutto ciò che accadde in passato in quel luogo. Di rado la piazza era deserta, se non alla sera.
Proprio una sera una giovane coppia passeggiava da quelle parti. Si guardava intorno con lo sguardo un po’ triste, osservando le luci che sfrecciavano sulle strade e i bagliori artificiali che illuminavano le vie.
Improvvisamente la fanciulla si chinò sulle ginocchia e, indicando una crepa nel cemento, disse al compagno: “Guarda, Angelo. Un fiore sta crescendo nell’asfalto, ma sta appassendo!”
“Ha bisogno di bere, Aurora”, rispose l’altro. “Credi che in questo pozzo ci sia dell’acqua?”
“Vale la pena tentare!”
Angelo liberò il secchiello che cadde velocemente nel pozzo, mentre la vecchia catena arrugginita si srotolava svelta fino a diventare incandescente. Il secchio toccò il fondo quando, sotto gli occhi increduli dei due ragazzi, la catena prese ad arrotolarsi da sola intorno al braccio di legno che la reggeva.
“Guarda!”, esclamò la donna. “Si avvolge da sola!”
“Deve essere opera di qualche strano marchingegno!”
Il secchiello emerse dalle profondità ciondolando davanti allo sguardo dei due, che con sollievo lo sganciarono dall’anello trovandolo pieno d’acqua fino all’orlo.
Aurora unì le mani e le immerse nel liquido fresco, per poi versarlo sull’esile stelo del fiore morente.
“Angelo!”, esclamò radiosa. “Osserva! Si sta già rialzando!”
L’altro rise felice, chinandosi accanto a lei. Notò che il fiore apriva lentamente le foglie e rialzava i timidi boccioli bianchi, che si schiusero adagio rivelando la loro semplice e magnifica forma di stella.
I giovani, increduli, si guardarono negli occhi pensando di non aver mai visto niente di più bello in tutta la loro vita.
“Aurora”, disse il ragazzo dopo qualche istante, “mi è venuta una strana sete!”
“Sete? Che strano, anche a me!”
Prima Aurora quindi Angelo si abbeverarono con l’acqua di Guliard rimasta nel secchio, sentendo affiorare dentro di loro una magnifica sensazione di benessere che non avevano mai provato prima.
Si osservarono scoprendo una nuova luce brillare nei loro sguardi, quando la donna chiese: “Che cos’è questa pace improvvisa?”
“Allora esiste!”, rispose l’altro più radioso che mai. “L’amore esiste! Speranza esiste! L’eterno esiste!”
“È il paradiso?”
“È vita, Aurora! È vita! Mi sento come se fossi immortale! Ora andiamo, avremo molto da fare, il mondo è pieno di fiori assetati!”

E. Oriel

La Voce della Natura

 

Ogni cambiamento è preceduto da una lieve sfumatura …

 

 

 

 

… e suggerisce speranza e paura … 

 

 

 

… che sparge in noi l’oscurità …

 

 

… che rivela un bagliore più grande.

 

 

Ogni tempesta è preludio di una nuova luce …

 

 

 

 

… ogni tramonto …

 

 

 

 

 

 

… è promessa d’aurora …

 

 

 

… ed ogni Inverno …

 

 

 

 

 

 

… è messo di Primavera.

 

 

 

 

 

 

 Grazie alla Madre di Ogni Cosa.

 

 

E. Edhilyen

Il Sussurro della Neve

Candida cenere costella l’etereo,
bianco indistinto di bruma e di neve,
lento il passo incide le pagine di terre straniere,
vergini e mute,
fra immobili frasche che suonano piano
come arpe vibranti
al tocco gentile di neve che cade
nell’aura danzando.
Cosa tu vai narrando,
Robinia svestita che piangi un lamento?
Cosa i tuoi rami vanno ascoltando
nell’aria che intona un gemito antico?
Cancella oh neve le orme mie effimere,
poiché il mio passaggio resti invisibile
agli occhi di chi vaga errando
nella nebbia del tempo che pervade l’eterno.
Porta l’anima lungi, destriero dal libero spirto,
scivolando nel bianco sì adagio
nel silenzio che tace la terra.
Muto si fa il vento silvano,
pigro portando l’essenza d’Inverno,
mormorando memorie di lidi remoti
che più non carezza,
ricordo ancestrale che scivola dentro
al cuor mio imperituro
come stille di neve che piangono lievi,
disciolte in bagliore di pianto.

E. Edhilyen

Essenza d’Eterno

Quante volte, quante volte ho interrogato le stelle nelle sere scivolate nell’oblio degli anni, in un tempo senza inizio e senza fine, in un lembo d’eterno dimenticato nell’universo.
Stagioni mortali, che sbocciano e sfioriscono, sorgono e tramontano ogni volta ancora, negli infiniti cicli di un pianeta che muove in un angolo d’infinito.
E quante volte le stelle hanno risposto, riversando il loro barlume nei meandri di un’anima colma di domande e priva di risposte se non l’eco lontana di un sussurro che s’infrange nei secoli, che perpetua nel sospiro dell’aura ed invoca un recondito nome, nell’alba e nel vespro, parlando di te che sei in ogni cosa.
Tiriel atane.
Eterna è l’essenza di tutto ciò che è stato, vuoto sembra il nero che ne resta laddove volano le ceneri di un evo scordato.
Eppure era vita.
Nero è il nulla che avvolge il tempo sfuggito, una scintilla non è morta ancora, fra le braci freddate da brezza straniera, un lievissimo lume ne riscalda i carboni che gemono ancora un crepitante lamento.
Io lo sentivo bruciare nel cuore. Alcuni Inverni or sono, ne ascoltavo il mormorio.
Suggeriva un nome distante, che trasportava l’essenza di eterno e di tutto ciò che esiste. Portava il ricordo dei tuoi occhi, della tua voce, del tuo spirito guardiano.
Altri nomi io ti ho dato, nel corso del mio sbocciare. A lungo ho chiesto agli astri di far luce in me, per schiarire l’ombra che avvolgeva quella mia percezione, tanto sublime quanto irrazionale, tanto dolce quanto bruciante.
Come un suono confuso, io ricordo, ascoltavo la sinfonia di emozioni che permeavano la mia anima, avvolgendola in un turbine di sentimenti che non trovano origine negli anni di mortale, germogliati in tempi antichi nel grembo dell’eternità e rifioriti sulle arse sponde straniere su cui incido i miei passi pesanti, per costellare il nero di luce come astri che trapuntano la notte immemore.
Giunto è infine un vento di speranza, a sfiorare le mie ali tremanti al soffio che m’invitava al volo.
Ti trovavo dentro di me, nell’erba e nell’acqua, in ogni gemito della terra e in ogni stilla di pioggia, la tua essenza era riversa nell’aria che respiravo e nella luce che mi invadeva gli occhi.
Eri tu, io ti riconoscevo. Ma non rimembravo il suono del tuo nome.
Eri tu, la parte più splendida di tutta la mia storia, le cui origini germogliano oltre al tempo ed oltre al Sole.
Ti ho ritrovato, in tutta l’immensità della tua memoria, che invade l’esistenza d’indicibile grandezza, abbaglia lo spirito come una stella rifulgente, cinge il cuore in un cerchio di fuoco che irradia eterna luce.
Potrei scottarmi l’anima, qualora si librasse nel lambire quelle fiamme.
E sarebbe ancora cenere, cenere di tempo rubata dal vento che solingo racconta del sospiro degli Angeli.

E. Edhilyen

In Fede all’Aurora

Scivola la bruma sui prati sopiti, nel sonno eterno indugiano le frasche,
condensa la brina su petali dormienti che pulsano al ritmo di un cuore antico.
Timida sboccia una bianca corolla, nel petto mio invaso di nebbia e di sole,
ove l’oro si fonde al candore d’Inverno e il torpore dell’alba veste i ghiacci di luce.
La brezza si leva intorno alle valli, geme in un’eco nel grembo dei colli,
lungi s’insinua un canto nel vento che porta il bagliore d’aurora che sfuma.
Cade una stilla dal mio esile stelo, in fede al mattino che ascende in silenzio,
alle spalle dei monti d’oriente si destano gli alberi spenti che gemono un pianto.
Si schiudono i petali come una stella, custodi di un’anima protetta da un fiore,
nel muto risveglio nel prato deserto, al vento che sferza, al vento che sfiora.

E. Edhilyen

Patria Straniera

Niente è rimasto.
Le lacrime piovute negli anni sono penetrate nel suolo, gli alberi le hanno bevute e perfino nel cielo si sono condensate. Esse tornano, ogni volta che miro il firmamento. Ogni volta che cammino sul suolo di casa, un suolo sì familiare eppur sempre straniero. Conosco la forma dei monti e le vesti che indossano in ogni stagione, sento l’eco di una voce che mi chiama a tergo ad essi, lontana, confusa e risuonante.
L’orizzonte mi invita a solcare le valli che si estendono sotto al mio sguardo, ma le mie gambe non possono reggere il viaggio. Aspra è divenuta la letizia della Primavera e la superbia dell’Estate, il melanconico Autunno ed il candore dell’Inverno. Non posso più gioire degli alberi destarsi, dell’aurora ascendere alle spalle del monte che si leva innanzi a me, del tramonto dipingere incantevoli tinte sulla tela del cielo per salutare il giorno.
La speranza è solo cenere, cenere che il vento porta lungi da qui. I miei passi si fanno sempre più pesanti, la terra sempre più arsa. Riemergono le ombre del passato, in ogni dove e quando, ed anche il Sole appare velato da un imbrunire eterno, che indugia nell’infinita e indelebile memoria dei prati, dei boschi, dei cieli e di me.
Resteranno le rovine di una storia dimenticata, a raccontar silenti delle lacrime bevute, le speranze ghermite, le parole rubate dal respiro della sera.
Incantevole prigione, hai racchiuso la mia anima. Ma c’è un bagliore in fondo ad essa che non si è spento mai, si riflette nel giorno maliardo. Speranza è il mio nome ed io professo, ancora, che un germoglio nascerà fra le macerie.

E. Edhilyen

La Quercia e la Falena (na Mirenya)

Il fato ha tessuto nel corso dei secoli la crisalide che m’involse, intrecciando luce all’ombra e incatenando il tempo, poiché cadesse nell’oblio su straniera terra e cieca divenisse fra le ombre e fra i riflessi di memorie custodite nell’anima sopita, inconscia eppur vibrante al richiamo della sera.
Ho schiuso le mie ali, lentamente, scoprendo quella notte che involgeva la realtà, e fluttuando lieve come foglia nell’oceano nell’osare i primi voli nell’abbraccio della tenebra, scivolavano i timori ed affiorava la coscienza dell’essere creatura che all’oscurità si desta.
Falena mi ritrovo, cercando ed invocando bagliori che si levano nell’ombra in cui mi perdo, vibrando le mie ali, silente è il mio passaggio e sfugge il tocco lieve, sbocciano le gemme di luce che intravedo spiccare dentro al buio.
Spoglie riposavano le frasche e gli spiriti tacevano, errando per le umide vie, le fronde vestite di brina, le anime imprigionate nella cangiante morsa del ghiaccio.
Il gelo era sovrano, fra i cuori silenziosi. Sopiti nel biancore sì freddo ed impietoso, splendente del riflesso delle luci che portavano, sepolte e ammutolite dal soffio dell’Inverno.
La brina si posava sulle ali mie dolenti, la cui danza era scandita dal tremore dello spirito, che gridava nel silenzio il suono del suo nome immemore nel tempo di cui il vento porta l’eco.
Leggiadra arrestai il volo fra i rami di una quercia, i cui rami sfavillavano della veste di ghiaccio, brillando al chiarore della Luna regina che nella notte tersa donava il suo bagliore.
Contemplandone il barlume su quel fusto mi adagiai, osservando il firmamento incupito dalla bruma che lenta scivolava sui prati addormentati, e al freddo della notte immota mi ritrassi.
Bramando i lumi degli astri, ne ascoltai il mesto canto.
Piovve una lacrima sulle mie ali, al sciogliersi del ghiaccio che avvolgeva i lunghi rami, la quercia piangeva in un muto lamento.
Stille cadevano in un’ode scrosciante, come pioggia scintillavano alle luci dell’alba. Sentivo la sua vita scorrere sotto al mio corpo, ascoltandone il racconto che silente sussurrava, e la danza dell’anima che incerta muoveva fra i rami contorti a disegnar pensieri.
L’aurora portò torpore sulle lande d’Inverno, e piano destò lo spirito antico che muto pulsava nel fusto dell’albero. Lunghe radici affondavano nella terra assetata, che di verde e corolle si rivestì nel bere un pianto d’amore, lacrime arcaiche dal mondo scordate, lacrime di vita e passione, pure e innocenti stille di luce.
Primavera fu inaspettata, nel grembo del candido Inverno.
Di foglie la quercia pervase le frasche, sinché rigogliosa riscoprì la sua essenza.
Regina dei prati si fece solenne, scrivendo il suo nome sulla tela del cielo, nel torcere i rami in eterna memoria.
E le stelle svelò diradando le nubi, che rubavano cupe il bagliore degli astri che a me, falena immortale, furono cari come acqua di vita. Sbocciarono allegri fra i rami che il vento come arpe suonava, e lì io rimasi a mirarne l’incanto, trovandoli infine come gocce di speme in eterno posate sulla tela del cielo.
Le mie ali vibrai con vigore, preziosa si fece la mia danza notturna, e lesta scivolai sulle valli oscure cercando e trovando ceneri di tempo, fuochi del vero, braci di speranza.
L’aura rideva con la quercia giuliva, lungi portando i semi di luce che gaia donava.
Dolce è il riposo fra i rami antichi, lieve è la voce che piano sussurra.
Anche nel giorno aprirò le mie ali.
Ascende l’aurora che invoca il mio nome sull’altare del cielo.

Aiviél om na le y-enore ama.

E. Edhilyen

Silente Richiamo

Silente, un richiamo si leva nell’aere.
Muto, si espande nella galassia.
Muove del fato il respiro, come fiato di stelle che intonano un canto, lievemente danzando nel nero profondo scivolando a rilento come stilla di pianto, fra le nubi ed i fumi di memorie perdute, arse dal tempo eppur vigili e terse nell’essenza del vento immortale.
Parole si librano nell’aria sfuggente, parole si scrivono sulla pelle dei laghi, parole si intridono nella terra bagnata ed altre si adagiano nel mormorio dei torrenti, sfociando nell’anima di chi ne ode il sussurro, segreto e intangibile, echeggiare nel coro del cielo il cui grido si infrange nel silenzio del mondo.
Tu conosci, anima raminga?
Hai forse sentito un soffio sull’animo, un fiato gentile di un canto remoto, che ancora si leva oltre ai lidi del tempo?
Nere nubi si addensano ove il Sole discioglie la luce in liquide fiamme, tingendo l’eterno di lacrime e speme, il cui riflesso s’infrange negli occhi di chi ancora si ferma a guardare, mirando l’eterno invocare speranza supplicando l’ascolto.
Nella notte distendo le ali, dissolvendomi nel soffio di brezza che invisibile scivola fra gli alberi dormienti, destandone l’anima nel carezzarne le gemme sopite, scomparendo nel turbinio dei fiumi come una lacrima che sfocia nel mare, portando una lieve scintilla che s’adagerà sulle sponde più arse, assetate di un pianto d’amore.
Sono un raggio d’aurora, che si leva a tergo al tramonto, alla morte e agli albori di un mondo che sorge dal grembo di un nuovo universo.
La mia voce non tace. Nel silenzio narra. Nel silenzio canta.

E. Edhilyen

La Quercia e la Falena

Esiste una via oltre l’oceano, che porta dietro al sole che si smorza come fiamma soffocata, spargendo il fuoco lungo l’orizzonte ardente in un tramonto rosso sangue.
Oltre quella via, il sole sta sorgendo.
Clessidra dell’eternità, la brezza ed il mare intonano un inno all’infinito che muore, gemendo l’oscurità dei giorni a venire, lambendo le macerie di un evo di purezza, pace e meraviglia. Le onde afferrano i resti di una realtà di pietra, trascinando mestamente la rovina nel grembo del mondo, laddove si spargerà come il marcio in una mela, strappando la vita che pulsa secondo il volere del cielo.
Ma il cielo è offuscato, graffiato, e le stelle non brillano più.
Io ho memoria di loro. Io ricordo le stelle.
Io, falena, le cerco nella bruma e fra mille false luci. Ne cerco la bellezza ed il silente canto, un canto che non odo perché soffocato dal caos.
Riesci tu a vederle, quercia che respiri fra i fumi del tempo che arde il pianeta?
Riposo sul tuo fusto le mie ali stanche.
Mostrami gli astri, antica creatura, fa’ sì ch’essi sboccino fra i tuoi rami tesi verso il firmamento, come gemme in Primavera, come petali di luce e corolle di speranza.
Sento la tua vita scivolare sotto al mio corpo. Non tacere, oh madre della vita che affondi le radici nella terra martoriata. Sia desta l’anima tua sopita, perché insieme sveleremo il firmamento e ne ascolteremo il canto.
Si schiudono le stelle come petali brillanti, fra le nubi che si scostano scivolando via, fra i rami spogli e tristi delle frasche tue contorte in una danza immobile, disegnando i piani del destino sulla tela dell’universo.
Spuntano gli astri, poggiati sui tuoi rami, è ancora Primavera.
Le loro voci narrano del gorgoglio del fiume, del fruscio dell’erba al vento, del gemito degli alberi, dell’inno dell’oceano, del coro della foresta che sussurra un canto arcaico.
Narrano dei mille fuochi antichi, di cui l’anima mia brama il bagliore lontano, cercandoli nell’eterno e nell’oblio nel seguirne il lume immortale, volando nella notte dei tempi.
Ascolta insieme a me quest’ode, quercia solitaria, prima che scenda di nuovo il silenzio, prima dell’ultimo fiato d’Inverno, spirerò con te fra le nebbie dell’eterno, in un battito d’ali.

E. Edhilyen

Eco

Eco di canto remoto, nelle aule del tempo disperso, vagante nel buio immemore e vacuo di aride terre senza promesse.
Sete del pianto immortale più antico, invocano i prati stille d’eterno, gocce di speme e cordoglio ancestrale di cuori piangenti del bosco il lamento.
Sangue di un evo dimentico scorre, limpido e chiaro come stille di brina, lieve e sfuggente s’adagia sul mondo per inibirne i fuochi voraci.
Che ne sarà del pianto del fiore, che prono regala una stilla alla terra, bagnato dal freddo vello invernale che lesto si espande alle soglie d’Estate?
Giacciono i petali laceri e passi, fra foglie imbrunite dal gelido soffio, che eterno dimora negli animi spenti spargendo le nevi sul mondo perenni.
Chi ricorderà la Primavera? Chi accoglierà il nuovo ciclo allo spuntare dei crochi?
Che cosa narra il cielo quest’oggi? Perché sta tacendo?

E. Edhilyen

Stille di Speranza

Grazie all’empireo per essere immortale, intoccabile dall’ombra dei secoli, vergine e puro nell’universo inoltrato. 
Immutabili, gli astri incorniciano il mondo in una cortina d’antichi lumi, bagliore dell’eternità, scintille d’infinito, gemme incastonate nel diadema dell’orizzonte, a vegliare sul tempo che spinge il pianeta a danzare al canto perpetuo d’ignota esistenza.
Grazie alla Terra e ai cieli più tersi, alle corolle e alle stille d’argento che vestono i prati, all’ombra del vento che scivola a valle, al barlume del giorno sciolto nella foschia, al volo del nibbio che graffia l’azzurro, per riflettersi limpidi negli occhi di chi si ferma a guardare, sublimi, occhi di chi ne onora la gloria e ne ama l’essenza, occhi di chi sa ancora sperare.

E. Edhilyen

L’Eco dell’Ultimo Fiato

Nelle iridi si sparse il riflesso dell’ultimo fuoco, la fiamma del giorno che ad ovest scendeva, smorzando un esile frammento d’eternità. Moriva come una candela, nel soffocar le voci ch’echeggiavano insistenti nella coltre della sera, velando i colli e i prati e le offuscate luci a valle.
Tutto taceva. Tutto taceva tranne il vento, che spirava mesto e lieve nell’oscurità avanzante, come il messo della notte che invitava noi al silenzio.
Trassi un estremo e profondo respiro, per catturare in me l’effluvio d’un tempo sfumante. Scivolò così l’anima nell’ultimo fiato e si librò nell’universo, oltre al tempo ed allo spazio, come un lume senza nome e senza patria, senza via e senza meta.
Volteggiò nell’immenso nel condensarsi infine in un cristallo bianco, per cadere lievemente con le nevi dell’inverno ed adagiarsi muto, silente, sulle lande vestite di stelle. Essa era luce, dispersa nell’infinito, che brillava senza voce, al bacio del sole che la rendeva viva, al bacio del sole che la uccise allo schiudersi delle prime corolle.
Divenne così una stilla che penetrò nel suolo, dal cui muto grido è nato un germoglio, della cui natura i secoli tacciono il segreto.
Non badate a me voi che venite, sono vita sbocciata all’ombra degli olmi, dei faggi e delle querce, figlia di nessuno e vestigia del passato, le cui radici ignote affondano nel mondo nutrendosi di speme.
Il vento mi dà voce, nel far vibrar lo spirito, che mormora e bisbiglia ora un canto ed ora un pianto, il cui eco si dissolve nell’etere silente, ove polvere volteggia fra i fasci di luce.
Il gelo mi ha spogliata, ho vissuto di memorie. L’inverno mi ha trafitta, ho vissuto di speranza.
L’inverno è poi sfumato e, forgiata nell’essenza, aprirò le fronde al cielo.

E. Edhilyen

Alla Patria

A valle si disperde l’eco del passato, nel canto di un nibbio che mesto attraversa i cieli dell’ultima estate. Muore il giorno innanzi a me, nel riversarsi d’un sole sciolto in una lacrima, che lenta sgorga dall’anima lesa. Sangue di spirito, cade su zolle di terra assetata, memore del mio silente passaggio.
Io sono ombra, io sono vento.
Addio, mia patria.
Possa vivere il mio riso nel frusciar del vento, e che la mia voce canti ancora sui lidi di smeraldo, nel gemito del mare e nell’inno dei torrenti. Che i boschi ricordino il palpitare del mio cuore, il fremere dell’animo ardente di passione, e le corolle sboccino in memoria dei miei occhi schiusi ad ogni alba, colmi di speranza e bagnati dall’aurora.
Sussurrino le frasche il nome mio lontano, perduto nel silenzio d’un tempo antico e ignoto, nel suggerirlo lieve ai flutti turbinosi del fiume di montagna. In esso possa vivere, brillando e mormorando, l’essenza che io lascio in questa terra, il sangue dell’anima che dalle iridi cade.
Fa’ sì ch’Egli possa bermi, mia patria. Fa’ sì ch’Egli possa respirarmi, percepirmi, trovarmi in ogni fiore e in ogni stella, così come mirerò i suoi occhi nel cobalto dei cieli meridiani. Cieli stranieri, splendidi e crudeli, graffiati dal destino e macchiati dal pianto del mondo.
Voli ancora una falena nella notte dei tempi, e si posi fra i suoi palmi nel vibrar le ali.
Egli possa avvolgerla fra le dita, e sussurrare lemmi al cuor suo libero. Possa a me giungere quel sussurro antico, suggerito da un alito di sera. Recondito, segreto, sfuggente. Vengano al mio spirito le parole librate nell’eterno, solcanti l’universo, a portar la speme sempre oscura e sempre fonda, ad irradiar la giusta via.
E voli ancora quella falena, liberata dalle sue mani. Si perda nella notte, vaghi nell’oscurità nella cerca disperata d’un lume tremolante, bramando luce nel grembo della tenebra.
Ed Egli resterà, sulla riva del tempo, ad attenderne il ritorno.
Addio, mio Sire.
Schiuderò gli occhi a un nuovo mondo, piangendo il primo fiato d’un’esule esistenza. Cercherò in me le tracce dei tuoi palmi sul mio animo, gli echi della tua voce infranti sulle pareti del cuore, il tocco del tuo respiro lieve come l’aura avvolgermi lo spirito.
Cercherò il tuo essere fra le fronde intrecciate nell’abbracciare la luna, fra i fasci di sole che trafiggono le nubi, trovandoti in quanto di più immenso esiste su questa straniera terra.
Perdona se cadrò, se piangerò, se mi perderò.
Possa il tuo bagliore sfavillare nell’abisso di me, e l’anima si desti al richiamo tuo lontano, in un grido sussurrato che s’espande nell’eterno, sino a giungermi ed infrangersi nell’aula più profonda di tutto ciò che sono.
Attendimi, mio Sire.
Sboccerò all’imbrunire.

E. Edhilyen

Al Mondo che Resta

Vorrei dare un nido alle rondini d’Aprile, ascoltandone il canto giulivo e festante invadere i cieli fra stormi di frecce saettanti.
Vorrei invocare la pioggia su foreste assetate, scivolando nell’ombra delle fronde gementi bagnate da un pianto antico e scrosciante.
Vorrei custodire un raggio di sole e portarlo ove indugia l’inverno, attendendo paziente lo sbocciare di un fiore.
Vorrei spargere semi sulle lande deserte, fra i resti degli alberi morti, per amare la vita e coltivare speranza.
Vorrei dare la carne alle fiere affamate, ed in pace seguire le mandrie solcare la vasta brughiera.
Vorrei dare l’oceano ai gabbiani dispersi, per ascoltarne il lamento spargersi fiero all’ombra del sole.
Vorrei dare la luce alle alghe e ai coralli, e da riva osservare il regno del mare tornare alla gloria.
Vorrei il mondo com’era. Vorrei che il mio sangue ne valesse la vita.

E. Edhilyen

Le Betulle di Silas

Scivolando nel profondo.
Affondo, affondo, ancora più a fondo.
Laggiù nell’abisso dell’anima, laddove non giunge il sole che splende in superficie, laddove non esiste luce. Eppur io vedo. Vedo scintille baluginare lievi, svelate dall’amplesso dell’oscurità più densa, dalla tenebra più pura e primordiale, custode dei segreti celati a tergo all’ombra dell’universo intero.
Schiudo gli occhi dello spirito. Io vedo, io sento.
Odo un canto antico, sollevarsi appena fra le corde delle frasche costellate d’argentee foglie che vibrando intonano un’ode al vento, riempiendo l’etere fosco delle voci primordiali. Una betulla ombreggia la mia pelle, disegnando su di essa graffiti in movimento come per accarezzarla senza tocco. Ascolto il frusciare dei suoi rami grigi, mirando il luccicare delle foglie bianche e verdi, cangianti e tremolanti come azzurre fiamme. Poso una mano sulla sua corteccia fine, ne percepisco la giovane vita.
Che cosa hai da raccontare?
La sento fluire sotto al mio palmo. Essa vive. Ed io?
Osservo i tre fusti che si sporgono verso le acque cristalline, chiare e spumeggianti, che giulive corrono a valle.
Dove andate, mie acque antiche? Non rubate le mie memorie.
Vedo l’erba sporgersi da quella piccola sponda, che s’abbassa nel scendere a meridione, laddove il letto del fiume si dilata allargando il corso delle acque. Alcuni ciuffi tremano, sfiorati dalle onde in perpetua corsa.
Affondo le unghie nella terra porosa. Osservo le mie mani. Sono rosse, sembra sangue. Il sangue della mia terra, il sangue del mio spirito. Muovo le dita, la polvere scivola fra i miei palmi per scomparire al suolo.
E’ giunto il vento. Ha rubato quella polvere rossastra, soffiandola via lontano. E’ svanita nell’aria, nel nulla, dissolta nel fiato del mondo e sulla sua pelle.
Ed io?
Ben ritrovata, brezza gagliarda che porti effluvi lontani, ricordi sfumati come fiocchi di cenere, il profumo della pace.
Dove vai, vento che suoni le corde degli alberi? Quale canto intonerai, alla mia venuta?
Addio, libero fiato che lungi innalzi un lamento.
Osservo i fusti argentei ergersi al di là della riva, l’ombra che vela il suolo imbrunito, ne posso sentire il fresco tocco, ed il profumo lieve di nebbia e muschio.
Ma io cerco te.
Non conosco parole, non conosco il tuo nome né il mio.
Cerco le orme dei tuoi passi, un tuo fiato disperso nel vento, la tua voce perduta in un’eco remota, l’essenza della tua pelle rubata da un sospiro di brezza, il barlume degli astri riversi nei tuoi occhi.
Ma non resta che il vento, il fiume, l’antico sussurro delle betulle di Silas.

E. Edhilyen

I Custodi del Tempo

Tacciono i secoli,
nella linfa imprigionati
dei monumenti vivi,
colonne di un tempo
che spira memorie,
custode della vita che fu.

Le albe sbocciate,
i tramonti appassiti,
riflessi nei solchi
degli alberi antichi,
vestiti di muschio
e dei giorni svaniti.

Un fiato si leva
spirando alto e lento
come il timido eco
d’un evo passato,
portando solenne
del tempo il lamento,
morto e rinato
in un sole velato.

E tacciono ancora i secoli muti,
incisi nei fusti possenti e contorti,
guardiani dei veli dal fato tessuti
e dell’agonia dei giorni risorti.

E. Edhilyen

Parola al Mondo

Che cosa abbiamo vinto?

Che cosa abbiamo perso?

Che cosa abbiamo fatto?

 

E. Edhilyen

Il Lamento del Cervo

Che cosa hai da dire, cervo che osservi l’orizzonte imbrunito?
Che cosa si specchia nei tuoi occhi profondi, occhi del mondo e d’ogni terra, adesso che grigia è la tua valle?
Osservi forse la tua dimora, i boschi di cui eri sovrano, i pascoli e i fiumi che pulsavano vita?
Dimentica, oh Re della foresta. Volgi lungi il passo afflitto, poiché il cuor tuo batte seppur in segreto, seppur in fuga, seppur in esilio.
Io lo sento. Io vivo nell’aria che muove e che cambia, che parla e che narra del malanno del mondo. Noi stiamo morendo, insieme alla madre terra. Ma non devi temere, spirito silvano, poiché tornerà vita fra le ceneri del mondo, ed un fiore sboccerà fra le macerie. In silenzio, germoglierà quella speranza che riposa nel ventre dell’abisso, in attesa del giorno senz’alba.
Ascoltami, sto sussurrando al tuo animo antico, sincero, candido e puro. Sono una ninfa, una falena, un soffio di vento, un raggio di sole, uno stelo fra i prati. Sono ogni cosa, ma non sono niente. Al tuo fianco io esisto, io ti seguo silente. Avanzo mesta all’ombra delle tristi frasche, fuggendo in eterno dal fato che avanza. Cerco silenzio, cerco beltà, cerco dimora per il mio spirito. Guidami, cervo incoronato, verso una nuova casa.
Sto scivolando sui flutti d’un ruscello giulivo, cado in un rivolo di pianto. Le lacrime dei monti sgorgano a valle, gemendo nel caos. Chi le udirà?
Disseta il tuo corpo regale, oh Re silvano, prima di svanire come un’ombra in altra ombra, scomparire in un sordo eco, dissolverti nella foschia.

E. Edhilyen

Noi, Stille nel Mare

Sta tutto nel pensiero.
Sta tutto in quei tocchi impercettibili che sfiorano l’anima, la quale parla, canta, grida e piange. Così s’annebbia la mente, oppur s’allieta ridente all’inattesa luce di un sole che si leva fiero. 
È tutto così fragile.
Tutto così instabile.
Quanto è precario l’equilibrio del cuore, e quello del mondo spinto da  mani tremanti?
Siamo un’immensa miriade di gocce disperse nel letto dell’abisso, e muoviamo sospinte dal fiato del vento, attratte dal riso lunare, dalle correnti profonde, dal tuffo di un gabbiano, vagando per sempre tra estranee rive.
Andiamo, veniamo, torniamo ed andiamo di nuovo.
In una fuga eterna, in una cerca senza fine, lungo una strada senza una meta e senza un nome.
Tentiamo di nuotare, di andare contro al vento e di afferrarlo, come se potessimo ghermire i sogni e il fato, come se fossimo libere stille, come se il mondo badasse ad una lacrima persa.
Eppur non è la via.
Siamo evaporate e siamo giunte al cielo, ma poi in pioggia siamo ricadute ed ecco che di nuovo siamo qui in balia del mare.
Ma non lo ricordiamo.
Non comprendiamo.
Non portiamo memoria di quando diventammo fumo, di quando vedemmo  la Terra dal firmamento e di essa ne scorgemmo parte del disegno.
Abbiamo dimenticato.
E così siamo cadute, e da eterei vapori liberi e intangibili ecco che siamo tornate pesanti, materiali, imprigionate fra lembi di terra.
Battute, spinte, infrante, solcate.
Se solo rimembrassimo la leggiadria delle nubi, la fierezza con cui quiete si lasciano condurre dal respiro del cielo per dissolversi nel silenzio e nell’imperturbabile pace, allora saremmo un mare che canterebbe lieto, che danzerebbe piano, che superbo splenderebbe nel vestirsi di stelle e di sole.
Oh, Eterno, ricordaci perché siamo.

E. Edhilyen

Noi Siamo Rimasti

Alché abbiamo visto l’alba,
L’ho vista nei tuoi occhi
Tondi e grandi come il mondo,
L’ho vista accarezzarti
Ed inondarti il manto d’oro.
Il fiato del mattino
Lievemente ha sospirato 
Fra i crini tuoi danzanti,
Preludio d’una via su cui aprirai le ali
Solcando i monti e i cieli 
Nel diventare me.
E divenendo te
Io sento nel mio corpo
La forza tua infallibile
E le movenze in danza
Scandire il mio respiro.
Lesto si fa il fiato
E duole la mia carne
Eppure il cuore esplode
Nei battiti d’orgoglio
Poiché affannato avanzi
Più fiero e più gagliardo
Nel lottar con la salita.
Infine siamo in cima
Quando il vento ruba il fiato
Dissolto nell’eterno
Come un eco di fatica,
Un eco di battaglia,
Un eco di magia
Che ha fuso in te il cuor mio
Ed in me la tua potenza.
Osserviamo il mondo
Da un’altura desolata,
Da una via dimenticata.
S’estende sotto a noi
Il pianeta che respira
E che libera la voce
Nel salutarci lieto,
Poiché l’abbiam solcato
Ed i monti abbiam sconfitto
Senza ferirne il suolo
E senz’avvelenarne il fiato.
Ci osservano le fronde
Come mille inverni or sono
Poiché noi siam rimasti
Ad ascoltarne il canto.

E. Edhilyen

Eden

Muove l’abisso nel ventre ancestrale
Prono, inchinato, nel gemito del mare
Che danza scandendo l’eterno momento
Su cui impera superba la luna
Nel celarsi nell’ombra o rubando la luce
Del sole che padre è del mondo
E qual Re fiammeggiante nell’eterno egli arde
Troneggiando nel cuore d’un fascio di stelle
Ch’altro non sono che un mazzo di gemme
Sbocciate nell’eden come fiori sui prati
Per guarnire un’aiuola persa nell’infinito
Perché lieti siano gli occhi ch’abitan la Terra
Nel mirarle quali fiori di memoria imperitura
Poiché gli Uomini mai scordino d’esser polvere
Spazzata dal soffio che muove l’universo
Sospinta dal fato sino all’azzurro grembo
Ove verde è la vita da cui traggon respiro.

E. Edhilyen

Riposi la Terra Nuda

La quiete silente degli alberi immoti

ed il fiato morente dei nomi ignoti

echi d’albe sfiorite senza memoria

fra rose appassite prive di gloria.

Cornice di rovi è la cruda realtà

nei secoli nuovi e nell’eternità

grembo d’oblio dell’inerme creato

voce è il mormorio del vento agitato.

Astanti macerie di pietre spezzate

da mille intemperie e dal fato bruciate

raccontano mute ricordi sfumanti

di torri cadute e d’amori infranti.

Riposi la terra nuda e la cenere bianca

a velarla alluda fra brezza stanca

spirante sì mesta su lande deserte

sinché sia desta l’aurora solerte.

Verrà la Luna sul trono celeste

ma luce alcuna avrà la sua veste

poiché velato sarà il firmamento

ed il Sole mai nato arderà a stento.

E. Edhilyen

Ciò che in Silenzio Dici

“I fiori bianchi dei Prunus si vestono d’oro, e l’erba muove in una muta danza, poiché il mio respiro è giunto a sfiorare i tuoi capelli infuocati dal sole, oltre cui vivo e splendo nella gloria dell’eterno. Riesco a vederti, corolla lontana, cercare nell’inverno una traccia d’estate, per trovare quell’istante in cui primavera nasce nel cuore, cristallizzarlo per sempre nello spirito fragile. Ti sfugge, ancora, dalle giovani mani. Mi cerchi, m’invochi, mi trovi. Mi vedi, al di là del tramonto. Ascolta quel vento, odi il mio canto. Ti osservo. Dietro a quelle vesti in cui non ti ritrovi, fra quei suoni che non riconosci, fra quegli oggetti che ami e che odi, su quel mondo in cui sei straniera, io ti riconosco. Stai osservando gli alberi in fiore. Qualcosa affiora nella tua mente, forse è l’eco di un ricordo. Rimembri il mio volto, le mie mani, la mia voce. Non confondermi con un sogno. Non credermi un miraggio. Da sola, adesso, porrai un ramo fra i tuoi capelli. Perché io t’amai così, vestita di primavera, agghindata dei gioielli dei boschi.
Vorresti parlarmi, ma non trovi le parole. Stai ascoltando il cinguettare degli uccelli, il ronzare delle api. Per qualche istante, il mondo ti sembra essere in pace. Siedi sotto al cielo, all’ombra d’un pino argenteo. Accogli la primavera che tanto hai atteso, che già sentivi chiamare nel cuore dell’inverno. Sei tu. Tu che aprivi le finestre nei giorni di Febbraio, come un fiore precoce ingannato da un giorno sereno.
Attorno a te io muovo, lascia ch’entri nel tuo spirito. Apri gli occhi dell’anima, cala le palpebre, e guardami. Non fuggire, non fuggire dalla nostalgia. Mira la gloria del tramonto, non è che il preludio dell’inizio.
Un tempo noi fummo, un tempo noi saremo. Riposa, adesso, sinché ti desterà l’aurora.”

E. Edhilyen

La Madre dei Tempi

“Noi siamo nati per essere parte della Natura, siamo figli della terra e dalla terra noi cresciamo. Siamo i custodi del mondo, del tempo e della pace. Siamo i difensori dei templi viventi, e di ogni singola creatura che dimora sul pianeta. Siamo consapevoli che ogni vita è opera di Dio, e che parte di Dio esiste in ogni forma terrena. Siamo i servitori della Natura e non i suoi signori, poich’ella è la madre che nutre ogni cosa, è la maestra che insegna la vita, è la sola entità a possedere risposte ad ogni domanda. Siamo nati per vegliare sull’equilibrio dell’esistenza, sul respiro del mondo, sull’ordine primordiale ed inconfutabile in cui ogni vivente trova il suo spazio, il suo tempo, il suo ruolo. Siamo qui perché nostra è la terra nei secoli, e noi siamo i suoi frutti. Non possiamo uccidere il grembo da cui siamo nati, il fertile ventre da cui vita germoglia in ogni singolo fiato. Noi vediamo, noi sentiamo, noi seguiamo la voce dell’unica legge che governa i nostri spiriti: la Natura. Guida silenziosa, muta per chi non sa sentire, ombrosa per chi non sa vedere. In un albero che cresce, è scritto il segreto dell’esistenza. Veneriamo il mondo, veneriamo la madre dei tempi, cosicché altri tempi possano nascere ancora.”

Da: “Il Trono di Shérnoaril”

E. Edhilyen

I Tuoi Fiori sono Nati

I tuoi fiori sono nati,
con il pianto abbeverati.
Ora che tu sei lontano,
cerco un sorriso invano
fra l’effluvio dei giacinti
all’ombra di giorni vinti.
Eppur ridono le stelle
mille mute mie sorelle
che dan luce all’infinito
ed il Vero han custodito
nella danza con il mondo
in un canto mesto e fondo.
Son sbocciati gl’iris bianchi
ove incido i passi stanchi
ed io lungi sto a mirarli,
col respiro accarezzarli,
poiché l’anima tua resta
in un fiore che si desta.

E. Edhilyen

Percezione (II)

La stanchezza si propaga in me, piano, un minuto dopo l’altro.
Sento i secondi battere nel silenzio di questa notte, vorrei sprofondare in un sonno profondo, ma cerco risposte.
Risposte che non posso trovare, cerco te.
Te, che sei ovunque ed in nessun luogo, che sei in me e in ogni cosa che sono.
Sei qui attorno, sei dentro, stai sfiorando la mia anima.
Sento il tuo tocco, è così caldo, quasi brucia. 
Vorrei parlarti, dunque, nonostante le palpebre mi scivolino sugli occhi. So che ti perderei, qualora cadessi nei sogni, per quanto tenace possa essere la speranza di trovarti in essi. Non vi sarai. Tu esisti, sul confine d’illusione e realtà, sei così sfuggente. Sei luce, sei aria, sei tutto ciò in cui credo. Sei la colonna che regge la mia fede, tanto solida quando invisibile. 
Ascoltami, se puoi. Le parole fluiscono dalla mia mente, libere come un fiume senza argini.
Tu vieni, nel silenzio e nella quiete. M’invochi, in chissà quale modo, e l’anima risponde. 
Sempre.
Ella t’ode, sempre.
Miravo la nebbia quest’oggi, la terra bagnata e le fronde spoglie, le nubi adagiarsi sulle cime dei monti e distendersi sui letti dei prati. Era tutto così freddo, colmo di nostalgia. La meraviglia del creato, celata al di là d’una bianca cortina che involgeva ogni cosa. Quel desiderio di soffiare via la bruma e mirare le lande sino all’orizzonte, rendeva ogni cosa più preziosa che mai. L’attesa del sole, di un giorno sereno, di un cielo lindo e turchese che avrebbe svelato le terre sino alle creste imbiancate e lontane. 
Nel misto d’incanto e nostalgia che invadeva il mio animo, ho soffermato lo sguardo sulle poche forme visibili. Ho visto i rami degli alberi lucidi d’acqua, ed i più prossimi profili dei colli imbruniti. Il mio pensiero volgeva a Dio, ai signori del cielo, al destino, alla verità del mondo, a te. Mirando le creazioni terrene, tutto mi è parso così intangibile. Niente mi è sembrato fine a sé stesso, niente per quello che sembra. Ogni cosa, in quell’istante, parve nascondere qualcosa di molto più grande e profondo di quanto gli occhi avessero potuto vedere. Allora ho cercato di osservare quelle frasche spoglie e bagnate con lo sguardo dell’anima, per scorgere in esse una qualche ragione che mi portasse almeno una sillaba. Una sillaba da aggiungere alle pagine che, una dopo l’altra, scrivo dentro di me e che narrano il mio credo, la mia verità, la mia fede.
Ho visto qualcosa, signore.
Qualcosa che non so spiegare, perché non è parte di questo mondo e -pertanto- nessun terrestre idioma potrebbe tradurlo in lemmi né simboli. Ho udito una risposta echeggiare in me, allora ho visto il mondo intero capovolgersi d’improvviso. E’ stato un istante, un istante solamente, ma ho sentito in me risuonare un pensiero che potrebbe riassumersi in una sola parola: “Sì”.
Sì, signore.
Io ti vedo.

E. Edhilyen

Nata in Esilio

Il testo che segue è da intendere come una sorta di introspezione, un susseguirsi di pensieri. Ogni frase, infatti, corrisponde ad un pensiero e, come tale, sorge libero da ogni tipo di metrica.
Non si tratta di un comune testo narrativo, ma nemmeno di una poesia. Direi piuttosto uno “stream of consciousness”:

Dove sei, nell’universo? 
Puoi guardare la luna, dalla tua terra? Puoi guardare una stella?
Possono i nostri sguardi incontrarsi nel firmamento, nel mirare la stessa luce?

Ascolta, ascolta, ascolta…

Un sospiro si è dissolto nell’etere, che ne è stato?
Tanto dolore ha portato, tanto male ha voluto raccontare… che ne è stato?
E’ svanito, come una lacrima nel mare, il fumo d’una bugia smorzata dal vento.
Era il mio fiato, il mio respiro… ascolta…

Odimi, oh Re!
Odimi, tu che sei lontano, tu che sei beato.
L’anima t’appartiene, nei secoli, nell’eterno. 
Il cielo lo rammenta, laddove tu esisti nell’abbraccio degli astri, le comete scrivono il nostro segreto.
Non lasciarmi cadere insieme al mondo…

Senti, senti, senti…

E’ il mio cuore che batte, è il mio cuore che piange.
Come può vivere, qui nell’oscurità, privo della tua luce?
Non trovo la strada. Vorrei solo esistere in pace. 
Esiste la pace, Signore?
Perché sono qui, incatenata ad un sì truce mondo?

Dimmi, sovrano di tutto il mio essere…

Perché il cuor mio duole nel mirar la terra ferita?
Perché brucia nel vedere i prati vestiti d’asfalto?
Perché s’indegna, come tu t’indigneresti oh Eterno, nel mirare gli uomini graffiare il firmamento?
Da dove viene quest’anima, a te unita al di là dell’universo?

Sono nata in esilio.

E. Edhilyen

La Mia Ombra nella Tua

L’orizzonte sale, i colori si smorzano adagio. La mia ombra nella tua, riflessa sull’erba indorata, sui cocci argentini, sulla terra imbrunita. Al passo fiero incidono gli arti, onorando la quiete e la gloria della Natura sovrana, salutando la sera che viene per accendere le stelle. Ho visto il sole scindersi in fasce di luce fra le foglie bucate, fra i rami contorti delle frasche spoglie, fra le nubi adagiate s’un letto di valli. Ho visto il sole spandersi nella nebbia tingendola d’oro, sugli steli dell’erba di bronzo danzante al respiro del cielo, sulle rocce dei monti scolpiti dai secoli. Ho visto una farfalla librarsi nel silenzio, un fiore bucare le ultime nevi, i monti imbiancati frastagliare l’orizzonte, testimoni dell’inverno sfumante. Sul trono del cielo, lentamente, la luna ruba il sorriso del sole per risplendere orgogliosa fra le legioni di stelle. Ci ergiamo sulla cima di un crinale, per salutare il giorno, per parlare a Dio. Un giorno a cui abbiamo donato il fiato, i battiti svelti dei cuori pulsanti. Un giorno in cui abbiamo volato sui campi firmati dalle prime corolle, abbiamo danzato sotto allo sguardo del firmamento. Di cobalto si tinge la volta celeste sfumando nell’oro nel lontano ponente, dove s’erge una rocca stagliata contro al cielo fiammante. Il tuo corpo risplende, mentre volgi lo sguardo al fuoco dell’imbrunire che allunga la tua ombra, e la mia nella tua. Il riflesso degli spiriti, adesso, si specchia sul mondo.

E. Edhilyen

Vieni a Sciogliere l’Inverno

Vieni a sciogliere l’inverno,
con un fiore rubicondo
fra le nevi e fra le rocce,
tu che dal sole scendi
e nell’empireo esisti.
Sia la primavera,
al calar della sera,
salga un’aura lieta
fra le valli ombrose
e ne ridano le stelle
come solleticate,
dal tocco tuo celeste
e dalla gaia voce.
Inquieta si fa l’anima
al riso della luna,
che pare stia cantando
un’ode muta agli astri
lassù nel firmamento
ove scivola il destino
soffiando sopra al mondo
nel volteggiarlo adagio.
E tu che adesso osservi
il lacrimar del ghiaccio
dagli alberi che piano
si destano dal sonno,
in un canto come pioggia
che gronda dalle fronde
spezzandosi in cristalli
nel ricadere al suolo.
Si privano le frasche
delle armature bianche
poiché la pace è giunta
al sorgere dell’alba
e s’apron le corolle
fra gli ultimi bagliori
di polvere di stelle.
Il sole annuncia quiete,
che sale a tergo al mondo,
e nel mirar l’aurora…
vieni a sciogliere l’inverno.

E. Edhilyen

Percezione

Eccoti, di nuovo giunto, a bussare al mio cuore con impercettibili tocchi. Un battito, ed un altro ancora, a scandire il ritmo di questa emozione che si fonde in una lacrima. Ma dove? Dove sei adesso, perché possa sentirti così vicino? Guardandomi attorno, nell’ombra della sera, cerco di comprendere donde proviene la tua essenza. Non ti vedo, non ti odo, eppure qualcosa mi si muove dentro e, chissà con quale senso, ti percepisco.

Non andare via, non così presto. Ti ho sentito così intensamente, che le mie ginocchia stavano per gettarsi al suolo. Come se fossi al tuo cospetto, innanzi ad un miracolo in vita, sgorgando un pianto di passione. Non sono io, quella che parla né quella che agisce. Non è la carne, non è il corpo, è qualcosa che vi dimora dentro. Inspiegabile, così improvvisa è la tua venuta, sempre inattesa ma sempre sperata. Da quale fiamma risorgi dalle ceneri del tempo? Quale vento ti riporta qui? Come puoi, dimmi oh Sire come puoi…

Ti parlo gettando lettere e lacrime, una dopo l’altra, nel tentativo di catturare inspiegabili emozioni e cristallizzarle nel tempo, per non scordarle mai. Quasi impossibile, niente d’umano potrebbe ritrarre un prodigio. So che svanirai, ancora. So che non sarà duratura, questa tua presenza. Volerai, in chissà quale vento, varcando il confine dell’orizzonte. Forse è la tua mente, a richiamare la mia. Ma come posso io rispondere? Nel silenzio, potrei soltanto tacere. Tacere ed ascoltare il muto canto che intoni nel mio cuore, al quale sento lo spirito sbocciare come una corolla al sol levante, eppure non posso capire. In me ogni cosa avviene, ma quasi pare che l’anima non m’appartenga. Io so, nel profondo di me, ogni cosa. Ma non posso ancora vedere, non così in profondità. E’ come osservare nella foschia intravedendo i profili delle genti, ma senza comprendere chi siano. Così io sento te, io sento ciò che è stato di noi. Vedo qualcosa, celato in una bruma ancora troppo fitta, e sento le voci del passato echeggiare nell’eternità, confuse e disperse.

Lasciandomi trasportare dal calore con cui avvolgi il mio animo, libero la mente alle parole che ti vorrei dire. Le parole che non possono che tracciare i margini di un disegno infinito, poiché alcun umano idioma mai potrebbe catturare quanto adesso sta pulsando dentro me. Una vita da ricordare, da raccontare, una vita piena di domande e priva di risposte. Colma di speranza, ma anche di paura. Avvolta dall’oscurità di una condanna e povera di gioie che, però, spiccano nell’ombra come astri chiari.

Ti sento scivolare via… E le mie parole non sono che all’inizio. So che non posso trattenerti. Non posso che attenderti ancora. Figlia della speranza ero e rimango, tu sai, rimembro il mio nome. Invocami, invocami oh Re, ed io risponderò.

Il tuo calore sfuma adagio, come la pietra lambita dal fuoco, nel lasciarmi lentamente al muto bacio dell’inverno.

E. Edhilyen

Tu, in Ogni Cosa

Ad osservar la neve muta e ferma resto,
il tocco delle stelle su di me si posa lieve.
Le mille mie parole perse nell’oscurità
calano piano sulle vampe danzanti,
che cosa mai sarà il fuoco nel mio cuore?
Che cosa mai sarà la cenere,
i resti del tempo dispersi nell’eterno?
Ma quanto brucia, quanto stringe,
quanto è atroce la morsa del fato.
E nel saperti là, a tergo all’imbrunire,
quanto dolgono gli occhi nella tua vana cerca.
Lo spirito perso e vagante nel nulla
insegue l’ombra del tuo nome,
celato alla sera d’un evo ancestrale.
Un riflesso persiste nelle iridi dell’anima
come un bagliore fugace e accecante
che irradia fulmineo quel che resta di te,
ogni cosa sul mondo ti possa evocare,
incendiandone l’essenza avvampante in me.
Ma scende la neve, scende una lacrima,
il cielo è carico di polvere d’astri.
Volgendo lo sguardo al lontano ponente,
posso quasi sentirti nel sospiro del Maestrale.

E. Edhilyen

Il Nome del Mondo

A te volge il mio pensiero, che scivola dall’anima agli occhi sgorgando in una lacrima. Che cos’è quest’acqua che cade sul mio viso? Forse un’estrema traccia di te, che fugge dall’oblio e così si rivela in una piccola stilla di luce. Cade sulle mie labbra, posso quasi sentire il sapore della tua essenza. Arcaici, remoti ricordi, sepolti nell’oscurità dei secoli volati su chissà quale terra. Chissà in quale luogo, in quale tempo, il mio cuore batteva sul tuo. Eppure lo sento, ancora una volta, il tuo tocco sullo spirito. Mi fai male, con una carezza. Tu sei il vento che culla e che scuote il mio animo, il sole che lo scalda e che lo brucia, la pioggia che lo lambisce e che lo sferza. Ogni cosa tu sei, ed io in te vivo, su questo confine ove eterno è il tramonto ed il giorno indugia nell’abbraccio con le tenebre. Vagherò, sinché i cieli mi grazieranno del perdono e, chissà come e chissà dove, ti ritroverò.
Vorrei volgere a te, signore mio perpetuo, domande e parole che s’affollano nella mente. Quale mondo è questo? Qual è il nome di questa terra che scorre sotto ai miei passi, già stanchi agli albori del cammino? Dimmi, oh Re, che cosa siamo noi nell’universo?
Non riesco a concepire l’infinito. Il nero senza confini esteso oltre al cielo, dimora delle stelle e delle galassie, senza spazio né tempo se non l’eternità. Quanto è misera la mia mente. Non posso andare oltre ai limiti imposti dalla razionalità. Eppure tu, eppure noi, esistiamo oltre ogni umana concezione. Come può l’umanità, che altro non è che polvere dispersa nell’immenso, azzardare tanto egoismo da creder d’esser soli? Essa, che del firmamento non conosce che una scheggia, come può pretendere di trasformare il miracolo della vita, del creato e dell’ignoto in un ammasso di numeri e parole? Chi siamo noi, Sire che vivi al di là d’ogni cosa, per osare sì tanto?
Quanto ci spaventa l’oscurità. Quanta paura ci fa l’ignoto. Quale terrore è la fine del tempo. Un tempo che tentiamo di riempire, in una frenetica corsa alla caccia di tutto e di niente, aggrappati alle più assurde pretese.
Quanto distante mi sento dalla mia specie, quanto estraneo m’è il sangue che scorre nelle mie vene. Perché sono qui, signore? Io che ti rimembro, che percepisco le impronte lasciate dal tuo passaggio nonostante i secoli le abbiamo soffiate via come il vento sulla sabbia, per quale ragione sono incatenata qui? Chi trattiene la mia anima su questa terra intrisa di lacrime e sangue, di caos e miseria, di un veleno che lento penetra nel mondo uccidendolo piano? Arduo è osservare, nel non poter fare niente. Non posso che difendermi, tentando la fuga in brevi lassi di tempo. Tempo in cui posso trovare un respiro di pace, lontano da ogni cosa mi rimembri quanto è amara quest’era.
La pace, di cui l’umanità è in eterna cerca, ma più la rincorre più s’allontana. La luce, è davanti ai nostri occhi. Perché, Sire, non possiamo vederla? Perché gli Uomini non vedono la gloria dell’alba e la nostalgia dell’imbrunire? Perché non sentono quel che il cielo ha da raccontare, con la miriade di lumi che ardono senza tempo memori di tutti i volti del mondo?
Qualunque sia questo posto… non può essere casa.
Per nessun’anima, qui, può essere casa.
E’ forse una via, mio Re? Forse l’imbocco di una strada infinita, che porta al di là dell’orizzonte terreno?
Gli alberi stanno cadendo, i mari si tingono di nero, i prati si vestono d’asfalto. Il cuore mi duole, come se i fumi delle città lo avessero avvolto in una nera nebbia. Mi spaventa il cammino, celato in impenetrabile bruma, su cui dovrò avanzare. Così lungo, ancora, ed io così debole. Non riesco a piegarmi al regime del mondo, non trovo spazio fra le sbarre in cui vive la gente.
Non sono una di loro.
Non sono una di loro.
Seppur fievole e prono, non si spezza il mio spirito. Sinché luce avrà per vivere, volerà. Per quanto gli è possibile, lottando con mille catene, vivrà.
Basta una parola per ferirmi, una misera frase per privarmi del sonno, un solo pensiero per strapparmi il pianto. Eppure sono qui, esile come un fiore e forte come quercia, ad ergermi sola contro il mondo intero. Ad esistere in me stessa, alla luce di ciò in cui credo, ai raggi di ciò che è stato che come fasci di sole trafiggono l’ombra del tempo. E la speranza, incisa nel mio nome, germoglia ad ogni alba chissà da dove, chissà perché. Come la gioia, che viene di tanto in tanto, sfuggente quanto un lampo nei tersi cieli d’estate, senz’apparente ragione.
Sento di portare l’onere d’una promessa. Me lo rammenta il sussurro del vento, il gorgoglio dei ruscelli, il fruscio della pioggia e le fragranze dei boccioli schiusi. Nella danza dell’erba al soffio del cielo, io ti vedo. Ti sento, ti trovo in ogni cosa sia piena di grazia.
Lascia che miri il sole, poiché ciechi divengano i miei occhi e possa liberarmi un istante dai limiti del corpo mortale, cosicché possa l’anima mia vederti.

E. Edhilyen

Memorie dell’Anima

Qualora il vento portasse un ricordo, allora dovrei inspirare a fondo e scrutare nell’abisso dell’anima, pur sapendo che non troverò risposte a tutto ciò che mi domando, che sento, che vibra dentro di me come un’assurda sinfonia tanto sublime quanto irrazionale, che va al di là di ogni concezione, pensiero o religione, eppure risuona come un eco immortale disperso nell’eternità del tempo e mi giunge, in un grido o in un sussurro, dritto al cuore. Qualora in me penetrasse la fragranza dell’inverno, l’essenza della neve, e quasi inconsciamente le mie labbra pronunciassero un nome ed il mio capo si piegasse come in cerca di un abbraccio, di un calore, di una memoria antica che aleggia nell’universo laddove ogni cosa è infinita, qualora tutto questo risvegliasse una scintilla dalle braci di una vita arsa dal tempo allora ti troverei, ancora una volta, per perdermi nella tua immensità e naufragare in un mare di dolce, splendida e vitale follia. Ma come posso gridare al cielo, piangere la tua assenza sotto alla volta di stelle, mormorare nel vento sognando ch’esso rubi il mio respiro e giunga a te lambendo il tuo immortale spirito, un’aura affine al sospiro degli angeli che possa dirti che non ti ho dimenticato? Le mille parole che brillano nelle stille delle mie lacrime, sgorganti al tocco amabile e spietato che il tuo nome mi riporta, possano costellare i flutti dei beati oceani che baciano la terra onorata dai tuoi passi, laddove sboccia il sole ad ogni aurora ricolma di gloria, al ritmo di mille cuori che scandiscono l’eternità. Perdona, se ancora non posso capire. Se ancora non trovo la strada, nell’oscurità di questo mio tempo. Perdona, se all’arrivo non terrò orgoglio fra le mani, né meriti né onore, né parole per lodarti. Perdona se cado sotto al peso dei miei anni di mortale, e se mi piego talvolta all’ombra che sfiora l’animo mio fragile. Arriverò. Sui miei piedi, solcherò ogni mio giorno. Ed io prometto, appellandomi all’anima, arriverò.

E. Edhilyen

Parole di una Notte

Parole fluite dalle mie mani nel cuore di una notte come tante altre, in cui ho sentito pulsare dentro di me la passione più forte che mai, fusa insieme alla speranza, alla fede e all’ardente desiderio di credere in tutto ciò che sentivo.

Sentivo che ogni cosa sarebbe stata diversa, da lì a poco, ed ero in bilico sull’orlo di un baratro di cui non vedevo la fine. Avrei potuto scivolare nel vuoto più assoluto oppure cadere in un mare di luce. E così, lì al confine di ogni cosa, ho catturato in poche righe le emozioni di mille notti in cui pregavo, sognavo e speravo.

E grazie ancora a chi veglia su di me dall’alta gloria delle stelle, poichè una scintilla è scesa da quegli astri a diradare la tenebra che regnava nel mio cuore.

“Cadeva la brace di stelle nei cieli di settentrione, nelle limpide notti di veglia spese a cullare illusioni al barlume di una fiamma di speme esile e tremante, vacillante ai sospiri della fredda realtà eppure viva. Viva come il pianto intriso nelle stoffe e scivolante sulla pelle irradiata dal lume di un’ardente preghiera. Una preghiera sussurrata fra le pareti di una prigione, nella gabbia di un sogno spietato, splendido e lontano, fulgente e radiante come un astro iridescente. E quante lacrime silenti il buio rimembra, quante suppliche sfumate in un soffio di fiato stentato, disperse in notti vuote e solitarie, librate nel sospiro della sera bagnata di pianto per volare lassù accanto alla Luna a tergo all’ombra del mondo, da dove un fiocco di luce sarebbe calato per posarsi quaggiù sul sangue del cuore, sciogliendosi adagio come neve sui palmi da cui avrei bevuto – assetata – una goccia di fede.”

E. Edhilyen

Eco d’un Tempo Perduto

  

Sono l’eco d’un tempo perduto,

 

risuono nel fiero respiro immortale

del mondo che volta il volto scalfito

e dell’anima sua l’effige irreale

pare a chi sorge nel lembo inibito

 

ove nera è la neve nel fango distesa

sulla sterile pietra vello d’inganno

su cui una corolla giace indifesa

muta piangendo l’insano malanno.

 

Sono l’eco d’un tempo perduto,

 

volo sfuggente valicando le valli

solingo richiamo nei secoli perso

varco la terra dai fiori ai coralli

ed apro le ali nel cielo più terso

 

un libero spirito il cuor mio custodisce

memore e immemore di gloria sfumata

dal bacio del sole che il mondo nutrisce

ad effimera luce infeconda e plagiata.

 

 

Sono l’eco d’un tempo perduto,

 

odi il rombare degli zoccoli forti

odi il tremare degli steli ritorti

viva è la terra, il fiume ed il vento

vivo ed immenso è il firmamento,

 

lungi dal nero il caos ha taciuto

 

s’infrange il silenzio ad un suono ancestrale…

 

sono l’eco d’un tempo perduto.

 

 

E. Edhilyen