La Guerra del Vespro – Booktrailer

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Sulle Ali del Tempo che Fu

Edeon (ya ëass' atarenyo)Fresche raffiche di vento fischiavano nelle mie orecchie finché ci libravamo nell’immenso, avvolta nel manto che mio padre, alle mie spalle, mi stringeva intorno. Leggiadri, navigavamo sulle silenti correnti del cielo.
Avevo presto amato la vista del mondo da quella prospettiva, e il fluido scivolare in un vuoto così pieno, nell’armoniosa danza disegnata sulle arie. Il mio cuore si spalancava alla vasta essenza di libertà che lo riempiva, ed ogni corrente, ogni onda di cielo, era un moto di poesia.
Volavamo spesso ad incontrare l’alba ascendere, o il tramonto ad annegare nell’oscurità nascente. Volavamo anche ad incontrare gli astri, poiché il loro riso era ancor più prossimo, lassù al cospetto del firmamento, quando ogni fiato era il respiro di un sogno.
E lì fra le sue braccia avrei volato sin anche alla Luna, pur se mi sentissi nulla più che polvere in quell’eternità. Tremavano le corde del mio spirito al tocco soverchiante di tutto l’universo, di cui allora più che mai mi sentivo parte, finché il mio capo giaceva sul cuore di lui, che fermo e gentile mi portava ad ascoltare l’armonia senza tempo dell’intero esistere.
Sicura nel calore del suo amplesso, nella forza della sua presa, fra le fredde arie delle vette del cielo, udivo la sua voce profonda e vellutata mormorare ad un soffio dal mio orecchio, scivolare dolce dentro la mia essenza, nell’abbracciarla come il mare sugli scogli delle più placide rive. Era la notte sull’oceano, il bagliore delle stelle disciolto nella spuma, il bordo del mare fuso insieme al cielo intorno a tutti gli orizzonti. Era il perpetuo bisbigliare delle onde lievi che intessevano insieme all’aura i cori più soavi, mentre la sera stendeva sulla musica latente il suo fascino mistico ed arcano, completando la grandezza del suo spirito con i toni più sublimi.

E. Oriel

Il Pozzo Guliard

Si diceva che le acque del pozzo Guliard affondassero nelle profondità più segrete della terra, dove esisteva una grande grotta in cui aveva dimora la Regina Gea che aveva il potere di togliere e di dare la vita.
Chiunque avesse bevuto un sorso delle acque di Guliard sarebbe diventato immortale e niente al mondo avrebbe potuto ucciderlo. Nessuno, però, aveva potuto attingere alla sacra fonte perché, come narrava la leggenda, la Regina Gea rovesciava il secchiello dell’acqua ogni volta che qualcuno provava ad immergerlo nella fonte.
“Solo uno spirito impavido, puro e sincero berrà da questo pozzo!”, diceva la Regina nel segreto della sua stanza sotterranea, ridendo ogni volta che il secchiello di legno si calava nella profondità della sua casa con quella lunghissima catena tintinnante, la più lunga esistente al mondo, tanto lunga che per riavvolgerla occorreva un giorno intero.
Gli abitanti di Sacressan, però, non si davano per vinti: non c’era abitante che non avesse provato, almeno una volta, a soddisfare i bisogni della Regina Gea per ottenere in cambio una singola goccia dell’acqua di Guliard.
Ma niente. Nessuno aveva mai visto tornare in superficie il secchiello pieno e, si dice, qualcuno aveva perfino provato a leccarne i bordi!
Eppure dell’acqua miracolosa non tornava alla luce nemmeno una lacrima.
“Figliolo”, dicevano le madri ai figli giovani e forti, “c’è ancora speranza! Va’ e compi gesta che nessuno ha mai compiuto! Fa’ che tutti si ricordino di te! Fa’ che il tuo nome sia sulla bocca di ognuno cosicché la Regina Gea non possa che riconoscere la tua gloria e ti doni l’immortalità!”
“Voglio essere immortale perché la mia stirpe non venga mai dimenticata”, rispondevano i giovani coraggiosi. “Andrò per il mondo e attraverserò tutti gli imperi. Conquisterò tutte le terre e farò sì che il mio nome sia amato e temuto in ogni angolo del pianeta!”
Così i ragazzi saltavano in sella ai loro destrieri e lasciavano la famiglia a badare alle coltivazioni e agli allevamenti, partendo in cerca della fortuna e della gloria. A Sacressan rimanevano sempre in pochi e perfino le fanciulle provavano a distinguersi nel tentativo di fare qualcosa di straordinario, qualcosa che nessuno aveva mai fatto, qualcosa di così meraviglioso che sarebbe rimasto per sempre nella memoria di tutta l’umanità.
Un giorno, un prode cavaliere tornò al villaggio galoppando intrepido e instancabile con il suo destriero nero, facendo svolazzare un lungo stendardo rosso e portando fieramente la corona di diamanti che gli cingeva il capo. Cavalcò attraverso il suo vecchio paesello di sassi, sulla cui via principale si radunarono tutti gli abitanti che si inchinavano al suo passaggio lanciandogli fiori ed acclamandolo.
Lui si recò immediatamente nella piazza circolare nel cui mezzo sorgeva il pozzo Guliard, circondato dalla folla che si era riversata per intero intorno a lui. Fra i bisbigli e le acclamazioni l’uomo sganciò il secchiello, che precipitò nell’oscurità del pozzo facendo srotolare la catena tanto velocemente da farle far scintille.
“Regina Gea!”, gridò mentre il secchio continuava a cadere, facendo rimbombare la propria voce possente nel pozzo. “Io sono Beor signore di tutti i reami! Ho conquistato tutte le terre su cui ho messo piede, ho fatto sì che il mondo intero obbedisse alla mia voce, ho accumulato più oro di chiunque altro e ho sconfitto tutti gli avversari che mi hanno sfidato!”
La folla applaudì e cantò le lodi di Beor, che si inchinava a tutti i presenti sorridendo orgoglioso. La catena terminò, allora calò il silenzio più totale. Il secchiello era finalmente giunto nella dimora della Regina Gea, che avrebbe presto esposto il suo verdetto. Tutti rimasero in trepida attesa, finché videro la catena oscillare lievemente: il segnale che la Regina aveva risposto.
Così, incitato dalla gente, Beor iniziò a riavvolgerla. La trovò estremamente dura e pesante, segno che il secchiello era pieno. Ciò non sfuggì a nessuno dei presenti, che presero a cantare gioiosi, a ballare, a ridere e a versare fiumi di vino, mentre l’uomo faticava per riavvolgere la catena. Passarono molte ore, Beor era ormai fradicio di sudore, ma la prospettiva dell’immortalità gli impediva di mollare la presa e i suoi conterranei non mancavano di incitarlo a resistere.
Il secchiello giunse finalmente in superficie quando ormai il sole stava calando, al che il cavaliere lo afferrò e lo appoggiò sul bordo del pozzo.
“Guardate!”, gridò rivolgendosi alla gente con le braccia aperte. “Sacressan avrà il suo Re immortale!”
Fra le grida e le lodi afferrò il secchio con due mani e lo sollevò rovesciandoselo sul volto. Un istante più tardi Beor tossiva e sputava, tentando di ripulirsi la bocca piena di terra.
Calò un sepolcrale silenzio, interrotto solamente dai colpi di tosse dell’uomo che stava per strozzarsi e che si buttò sulle ginocchia, tentando di liberarsi la gola da tutta la terra che aveva ingurgitato, ma ormai era troppo tardi: Beor soffocò sotto gli occhi dell’intera Sacressan.
“Vecchia strega!”, gridarono tutte le persone una volta superato lo sgomento. “Assassina! Demonio! Hai ucciso il nostro prediletto!”
Avvenne così che il pozzo Guliard venne chiuso per moltissimi anni, e attorno ad esso venne costruito un muro invalicabile a cui si poteva accedere solamente attraverso un cancello chiuso da almeno cento lucchetti.
La Regina Gea divenne una sorta di demone per gli abitanti di Sacressan, che la reputarono malvagia, ingiusta e pericolosa. Perfino le case che erano costruite nelle vicinanze del pozzo vennero abbandonate e nessuno si occupò più di curare i fiori e le piante che crescevano lì intorno, per paura di avvicinarsi al pozzo.
Dopo alcune generazioni, però, il pozzo Guliard divenne una leggenda e le persone non credettero più nell’esistenza di un’entità che dimorava nelle sue profondità.
Così alcuni giardinieri si occuparono di tagliare le erbacce e le sterpaglie, mentre i falegnami e i muratori ristrutturavano le case abbandonate e facevano tornare la vecchia piazza al suo antico splendore.
Quando uno di loro si avvicinò al pozzo per tagliare l’edera che l’aveva avvolto, udì una suadente voce di donna provenire dall’oscurità: “Io esisto!”, diceva con tono cantilenante. “Dillo a tutti! Io esisto!”
Il falegname corse via spaventato, gridando a tutto il paese quello che aveva sentito. In breve l’intera Sacressan si riversò nella piazza, al che tutti poterono sentire la voce che proveniva dal pozzo e diceva: “Sono la Regina Gea! L’acqua di Guliard attende di essere bevuta da un nobile spirito!”
I paesani iniziarono a parlare l’uno sull’altro e in breve si ripeté lo stesso destino che spettò alla vecchia Sacressan: tutti cercarono di prevalere sugli altri.
I giovani partivano in cerca di avventure, le fanciulle miravano a sposare gli uomini più ricchi, gli uomini espandevano i propri domini e le donne lottavano per ottenere più dignità.
Una dopo l’altra, molte persone si recarono al cospetto del pozzo Guliard vantando le proprie gesta: “Io sono Galeon e ho costruito un attrezzo con cui l’uomo potrà volare!”
“Io sono Sonia e ho scritto le regole della società!”
“Io sono Calio e ho inventato la moneta!”
“Io sono Marion e ho progettato le case con cento piani!”
“Io sono Efrem e ho costruito le strade più lunghe!”
“Io sono Laria e ho tracciato i confini di tutti gli stati!”
“Io sono Dario e ho scoperto la luce artificiale!”
“Io sono Silia e ho realizzato i cavalli di ferro!”
Tutti loro, uno dopo l’altro, sollevarono con gran fatica il secchiello del pozzo, e lo trovarono pieno di terra. Ogni volta le speranze di tutti si infrangevano e le persone non capivano come mai la Regina non apprezzasse i loro intelletti né le loro gesta così importanti, che avevano segnato la storia dell’umanità.
Il pozzo Guliard venne abbandonato, essendo che tutti avevano ormai inventato ogni cosa immaginabile. Una volta, un uomo si recò al pozzo vantandosi di aver camminato perfino sulla luna, ma anche lui, come tutti gli altri, ricevette in risposta un mucchio di terra nera.
Nessuno sapeva capacitarsene, così credettero che la Regina Gea si prendesse gioco di loro. Il pozzo venne lasciato lì, talvolta gli abitanti di Sacressan ci passavano accanto pensando a quanto fosse strano il destino, mentre il paese intorno a loro cambiava aspetto e diventava sempre più grande, sempre più rumoroso, sempre più grigio, sempre più freddo.
In molti cercarono di abbattere il pozzo Guliard, quando lo spazio non fu più sufficiente per le dimore delle persone che si moltiplicavano di anno in anno. Nessuno però riuscì mai a scalfire quella pietra, nemmeno con strani marchingegni diabolici che spandevano tutt’attorno un gran baccano fracassando i timpani di chi ci passava vicino. Così gli operai si arresero e il pozzo rimase al centro della piazza, dimenticato nel tempo.
Sacressan aveva perfino cambiato nome, adesso le persone la chiamavano Metropoli.
Metropoli era caotica: piena di rumori assordanti, rombi, stridori, strani fischi e strane luci che lampeggiavano, strane strisce disegnate ovunque e strane dimore grigie senza alberi intorno. Gli uomini erano chiusi in se stessi, nessuno cantava e nessuno rideva, in molti cercavano qualcosa negli sguardi degli altri ma nessuno osava chiedere niente. In molti gridavano, in molti piangevano, in molti correvano, in molti camminavano con la testa bassa. In pochi speravano, in pochi amavano, in pochi sapevano.
Intorno al pozzo Guliard si sedevano spesso alcuni ragazzi, ignari di tutto ciò che accadde in passato in quel luogo. Di rado la piazza era deserta, se non alla sera.
Proprio una sera una giovane coppia passeggiava da quelle parti. Si guardava intorno con lo sguardo un po’ triste, osservando le luci che sfrecciavano sulle strade e i bagliori artificiali che illuminavano le vie.
Improvvisamente la fanciulla si chinò sulle ginocchia e, indicando una crepa nel cemento, disse al compagno: “Guarda, Angelo. Un fiore sta crescendo nell’asfalto, ma sta appassendo!”
“Ha bisogno di bere, Aurora”, rispose l’altro. “Credi che in questo pozzo ci sia dell’acqua?”
“Vale la pena tentare!”
Angelo liberò il secchiello che cadde velocemente nel pozzo, mentre la vecchia catena arrugginita si srotolava svelta fino a diventare incandescente. Il secchio toccò il fondo quando, sotto gli occhi increduli dei due ragazzi, la catena prese ad arrotolarsi da sola intorno al braccio di legno che la reggeva.
“Guarda!”, esclamò la donna. “Si avvolge da sola!”
“Deve essere opera di qualche strano marchingegno!”
Il secchiello emerse dalle profondità ciondolando davanti allo sguardo dei due, che con sollievo lo sganciarono dall’anello trovandolo pieno d’acqua fino all’orlo.
Aurora unì le mani e le immerse nel liquido fresco, per poi versarlo sull’esile stelo del fiore morente.
“Angelo!”, esclamò radiosa. “Osserva! Si sta già rialzando!”
L’altro rise felice, chinandosi accanto a lei. Notò che il fiore apriva lentamente le foglie e rialzava i timidi boccioli bianchi, che si schiusero adagio rivelando la loro semplice e magnifica forma di stella.
I giovani, increduli, si guardarono negli occhi pensando di non aver mai visto niente di più bello in tutta la loro vita.
“Aurora”, disse il ragazzo dopo qualche istante, “mi è venuta una strana sete!”
“Sete? Che strano, anche a me!”
Prima Aurora quindi Angelo si abbeverarono con l’acqua di Guliard rimasta nel secchio, sentendo affiorare dentro di loro una magnifica sensazione di benessere che non avevano mai provato prima.
Si osservarono scoprendo una nuova luce brillare nei loro sguardi, quando la donna chiese: “Che cos’è questa pace improvvisa?”
“Allora esiste!”, rispose l’altro più radioso che mai. “L’amore esiste! Speranza esiste! L’eterno esiste!”
“È il paradiso?”
“È vita, Aurora! È vita! Mi sento come se fossi immortale! Ora andiamo, avremo molto da fare, il mondo è pieno di fiori assetati!”

E. Oriel

Dietro al Tramonto

Era il vento della sera, un sospiro rubato dal soffio del cielo, a scorrere lieve sull’anima libera e bramosa di lasciarsi trasportare, come una piuma sul respiro del mare, e giungere a te al di là d’ogni terra. Laddove esiste, ancora, la storia di noi incisa nell’eternità, memore è il sole ed il firmamento, la luce e le stelle che dall’alto vegliavano ogni nostro fiato. Quanto è amaro il silenzio, quando brucia lo spazio della distanza. L’orizzonte s’incendia, il fuoco del cielo si spande dentro ai miei occhi e scivola giù sino al cuore come lava, avvolgendolo in un abbraccio tanto dolce quanto atroce, nel saperti al di là del sole. E quanti giorni, quanti inverni ancora dovrò attraversare, prima che il corpo possa liberare quest’anima nell’unica eterna verità? Se solo sapessi, se solo potessi sapere! Arcana ragione che qui mi trattiete, che mi costringe a respirare il fumo di una vita bruciata e fra le vampe vagare, nell’eterna cerca della più misera traccia di te. Una traccia lasciata dal tempo, laddove i secoli non possono mutare l’essenza di ciò che è stato, almeno nel sussurro degli alberi, nella gloria dell’alba, nel canto delle acque scroscianti all’ombra delle betulle e nell’effluvio dei giacinti. E lì s’attizza quella scintilla custodita nelle memorie di questo mio estraneo spirito, bruciando e brillando, nel sublime pensiero di te e nella tua crudele assenza. Benedetto tu sia, nell’eterno osannato, in attesa di me.

E. Edhilyen