La Danza della Luna

Veloci le nuvole sulla tela d’azzurro
veleggiavano tinte di ombre e di luci,
una scaglia di Luna supina nel giorno
riposava a tergo le maestose coltri.

Venne ai miei occhi arcana visione
quando la Luna prese a danzare,
toccai con le dita un lembo di cielo
ed essa sfuggì via dai miei palmi.

Muoveva veloce nel chiaro meriggio,
ora impigliata fra nubi moventi
ed ora nuda nel vuoto cobalto,
retto il tragitto volgeva a ponente.

A lungo danzò dentro i miei occhi,
fuggendo fra i venti qual ala in volo,
sinché fra le nubi scomparve il mistero
d’un moto ch’accese il cuore d’incanto.

E. Oriel

Annunci

Giardini d’Autunno

Ove ebbe inizio il nostro cammino,
fra i viali d’autunno accesi di vampe,
il cuore mio all’anima tua sì vicino
pronto a scalare del cielo le rampe.

Dormiente era ancor ogni sogno segreto
nell’andito fondo dell’esser mio arcano,
intorno a noi inerte cresceva il roveto
fra i cui rami spogli danzare era vano.

Colsi in cuor tuo di disio i germogli
astanti e socchiusi all’alba di speme,
s’aprirono in me i fiori che cogli
su rive d’un tempo che timido freme.

Giardini sbocciati come lidi di Maggio
nei giorni svaniti fra fronde appassite,
il Sole ha dipinto con ogni suo raggio
le vie che percorro su terre imbrunite.

I sogni tuoi vibrano qual petali al vento
or che ogni gemma ne intona armonia,
nel cuore mio offerto al canto che sento
tremar fra le arie con te in ogni via.

E. Oriel

Il Segreto dei Fiori

Petali bianchi nell’aria caduti,
mille ali disperse su onde di vento,
a scivolare in un ultimo volo,
nell’ultima danza d’un soffio solingo.

E scesero piano, come neve nel Sole,
sui soffici viali ammantati di verde,
erba e corolle ad ornare i sentieri
in un canto silente, in cori d’estate.

Luce ha brillato in stilla di pianto,
al forte soffiare di venti d’amore,
lumi sbocciati in tenebra densa,
rose di sogni fra ceneri e braci.

Chiesi alle fronde esplose di fiori
onde venne la forza in sì lieta grazia,
di pallido rosa corolle ridenti
vestivano ancora la muta speranza.

Su sfondo di cielo, blu come la pace,
si aprivano vergini al caldo richiamo,
e dissero infine, offerte all’inverno,
d’esser soltanto per amor di beltà.

Ma assai profonde radici possenti
in cuor alla terra scendevano gravi,
di occulto vigore incolume ai ghiacci
sol esili petali ne furono effige.

E. Oriel

I Cieli Rovesciati

I cieli rovesciati sulle città di pietra,
l’abisso sollevato fra le deserte vie.
Folgori dell’empireo accesi come fiamme,
caddero fra i rombi d’una scuotente voce.

Tamburi sopra il mondo, nel cuore suo tremante,
docile la terra si è aperta in mille crepe,
crollarono le torri come sabbia fra tifoni,
macerie del passato tra fiumi tumultuosi.

Terribile era il canto furioso dell’oceano,
magnifiche le onde ad abbracciar la fine,
candida la spuma come orlo sulle mura
levate in seno al mare, più alte d’ogni picco.

Si riversò ogni cielo piegato fra le stelle,
fiumi a trascinare i resti dei millenni,
antica era la tenebra disciolta nel diluvio,
ceneri smarrite d’estremi fuochi spenti.

Canti di burrasca echeggiarono potenti,
le nuvole addensate, i tuoni crepitanti,
i venti turbinanti a spazzar via le polveri
di aride visioni, per amore realtà estinte.

Abbacinante luce s’elevò nel firmamento,
danzavano i suoi raggi in cuor alla tormenta
e s’irradiò l’oceano or placido e pacifico,
a riposar sul suolo laddove nulla resta.

Scintille fra le nubi dissolte come fumi,
cortina di faville gentile piovve in canto,
a carezzar la terra or nuda come nata,
sull’orlo della fine, sull’orlo dell’aurora.

Più limpide le stelle sgargiarono nel buio,
finché s’aprì la volta a fulgida radianza
e il giorno venne in musica, cori dell’empireo,
fra le rovine inermi già s’era schiuso un fiore.

E. Oriel

Il Ritorno delle Piogge

pioggiaUn fruscio ritorna lieve, accendendosi fra gli alberi, crescendo tra le fronde, canto antico che risorge dopo il lungo suo silenzio. Si è spento il cielo greve colmandosi di fumi, grigie e candide le nebbie cadute sopra i giorni, coltri delle nubi estese sopra il mondo umido di pianto. Pieno nel suo vuoto, l’empireo spalancato si riveste dell’inverno, ed ammantato ancora di bruma e nostalgia dipinge le sue luci, miriadi di faville, stille a riposare sui fiori dell’estate. Or tace la foresta, e gli alberi fioriti si celano nel bianco, quasi nascondendo le gemme coraggiose sbocciate fra le nevi. Dialogo profondo scivola via piano, fra la terra e il cielo tra gemiti di cori, non basta il firmamento per piangere ogni ombra.

E. Oriel

Gemme d’Inverno

Deste le gemme fra maglie di ghiaccio,
cristalli di lacrime su petali accesi,
corolle di speme sbocciate in rovina
splendono in cuore del buio senz’alba.

Narrò la quercia d’arcaica speranza,
nel sonno perpetuo di sogni appassiti
dell’anima sua che dorme sui moti
d’un tempo ricolmo d’eteree illusioni.

Cantò la foresta levantesi in coro
d’un Sole fiorito in seno all’Inverno,
narrò la Terra d’attesa struggente
in fiati di un canto di vita morente.

E venne la neve a intonare il silenzio,
un velo di note sui sogni segreti,
pianto di luce che suona le fronde,
arpe degli angeli in eterno tremore.

E. Oriel

Scintilla d’Oceano

Dove porta il torrente dal pianto perpetuo,
soffuso da un mistico velo di bruma,
che scivola lesto sull’orlo di un mondo
cantante le voci dell’estremo lamento?

Dove porta il pensiero che cade segreto
in lacrime lente bevute dal suolo ferito,
fra i sassi macchiati di morte e di tempo
qui dove giaccio al suon del silenzio?

Lo hanno ascoltato le fronde assopite,
lo hanno cantato in struggenti bisbigli,
e lamine d’oro son piano piovute,
fiamme smorzate nei flutti d’argento.

Sia che le acque lo possan ghermire,
ch’accolgano in sé la luce dell’alma,
umile stilla versata in tuo onore
disciolta nei gelidi flussi fuggenti.

Si fonda nel seno del mare movente,
sia goccia dispersa nell’immensità,
sia la mia essenza in eterna scintilla
ornante l’oceano nei tuoi occhi riverso.

E. Oriel

Venti di Vespro

S’infiamma il meriggio su cime autunnali
e il fuoco divampa dal cielo alla fronda,
s’elevan in cuor geremiadi corali
ch’accendon nell’animo pace profonda.

Venti di vespro a destar l’alma mia
come fiato su fiamma che trema ed avvampa,
vien la morenza che indora ogni via
a portar il risveglio, e un trillo divampa.

Il cielo s’inchina ad un Sole calante
che piano digrada s’un letto silente,
struggente visione d’un mondo vibrante
degli echi segreti d’un canto nascente.

Fui per mirare il declino dei giorni
quand’anche la sera sfiorò la mia mano,
fui lungo la strada dei mille ritorni
ma l’ultimo addio mai più venne invano.

E. Oriel

Danza sul Moto dei Tempi

Sbocciavano stelle di un tempo perduto

quand’anche gli uccelli zittivano i cori,

cadeva la sera in tersi silenzi

in mille estati di lucciole accese.

Vestivo di fiori che non temono inverni

danzando al bisbiglio dell’erba tremante,

al brivido lesto dell’arpa sua bella,

a gocce di suono tessenti visioni.

Nuda corolla su landa ondeggiante,

movente al suo canto dagli astri rapito,

resta quell’ombra di danza perduta

a scivolar muta sul moto dei tempi.

 

E. Edhilyen

Cornice di Maggio

Lucenti foglie all’alba tremano,
sull’auree soglie dei prati svelano
segreti cori disciolti al vento
portante ai cuori gentil turbamento.

Gioielli ardenti fra verdi onde
ad ornamenti di floride fronde
rubando al cielo le luci arzille
tessono un velo di pallide stille.

Là miserevole appare ogni assillo,
in ampia e flebile cornice d’idillio.
Là l’universo invade ogni senso
e in un sol verso io piango l’immenso.

E. Edhilyen

La Memoria delle Cascate

Cascate blu stornellavano in coro,
nell’aria ombrosa di valli profonde
riecheggiava la voce dell’arpa d’oro
rapita dall’acque in flutti ed in onde.

Antico pensiero intrecciandosi in note
di spuma venate affondò tremolando,
e in seno ancor scivola a rapide ignote
come eco bagnato in eterno evocando.

Nell’alma ode il dolce ed etereo lamento
chi indugia mirando l’abisso silvano
il canto librato dall’acqua in fermento.

O valle che in cuor le mie note hai serbato,
se i giorni che fuor son nel vespero spenti
narrar ancor possa tu chi se ne è andato.

E. Oriel

L’Eremita

Immobile attendi, sulla rupe agreste,
ove il vento risveglia i sussurri d’abeti
e all’eremo intona il lamento silvestre,
fra i sentieri intessuti da passi segreti.

Spirto eremita, il tempo si è spento,
sei morto nascendo s’un letto dorato
e nato lasciandone il gran giovamento,
or splendi di vita: il bosco t’ha amato.

Vortica il mondo nella corsa all’avere,
giungono gli echi di genti in battaglia
al cuor tuo che serba il sol vero potere.

Celato è il disegno che in animo tieni,
ma aneli nel fato di lasciarne l’impronta
sulle vie di chi torna da dove tu vieni.

E. Oriel

Arcobaleno Lunare

Vibrano corde fra i petali bianchi,
accesi di luce veglianti dai cieli,
astri sbocciati nel buio ancestrale
a tinger di luce il ponte notturno.
S’eresse leggiadro fra i timidi lumi,
rubando alla Luna il pallido albore
per vestir di colore le lacrime aeree
con cui s’elevava l’astratto complesso.
Sbiadite le tinte dal tenue biancore
macchiavano il nero di toni stranieri,
sopra gli sguardi da cui lesto è svanito
qual eco di fiaba che sfiora la terra,
tracciando una via di sospiri dissolti
al cui spegnersi adagio s’accesero i sogni.

E. Oriel

Arcobaleno Lunare

Oltre i Confini

Danzi come se il mondo non avesse confini, fulgida rosa che sboccia nel vento, ritraendo l’effige dell’armonia fusa alla forza, come mari al tramonto in tempesta.
Superbo germoglio di luce che è giunto a spezzare catene inviolate, in un refolo d’aria tinto di Sole, con voli leggeri sulle ali dell’anima e balzi potenti di spirito fiero.
Spirto di Fuoco, Esfirya ti narro, già dialogando le essenze nostre in mute parole sempre in noi stanno. Ho tessuto le trame di invisibili fili con rugiada d’amore, tesi fra gli animi nostri in perpetuo vibrare, così che tu possa seguire il mio passo al solo tremar d’una corda di suono che scivola in cuore.
E così mi hai portato, al galoppo selvaggio, a varcare i confini della fredda realtà che sull’anima mia si facevano stretti. Ove insieme miriamo lontano disegnando la strada di un nuovo orizzonte, quasi scordando il reale che già abbiamo infranto.

2013-04, Anarsil (30)

E. Edhilyen

Mosaici

Mosaici sibilanti sopra la mia testa,
giochi rilucenti di riflessi lusinganti,
su lamine infuocate che incendiano le valli.
Luci che si inseguono fra gli spasmi delle frasche,
dal vento scosse forte come fiamme alla tempesta,
ombre che si intrecciano nell’eterna frenesia.
Voci che si uniscono in discordanti suoni,
sfuggenti melodie germogliano dal caos,
corolle d’armonia sbocciate nel frastuono.

E. Edhilyen

I Moti del Tempo

Flutto d’indaco argentino ornato
che sul sinuoso specchio danza
bagna il tempo antico e vivo
che come mare canta e oscilla.
Sul cielo rovesciato immagini riflesse
indugiano vibranti dal semprevivo moto
al mutar delle maree negli sbiaditi cicli,
al sorgere e morire di epoche scordate.
Reflusso che ritorna nei meandri bui
ove falle d’incoscienza smorzano i ricordi,
favilla delle acque che abbracciano la genesi
d’ogni cosa che ora muove,
ed ogni cosa che ora è.

E. Edhilyen

Prima di Chiedere

Prima di chiedere al cavallo di sentire le nostre richieste dobbiamo imparare ad ascoltare le sue.
Prima di aspettarci la più piccola fiducia dobbiamo avere il coraggio di dar lui la più grande.
Prima di indossare maschere di forza dobbiamo porci a mani nude con l’innocenza di un infante.
Prima di pensare di poter dominare il suo essere dobbiamo imparare a controllare noi stessi.
Prima di bramare di unire due corpi in danza dobbiamo mirare ad unire due spiriti in canto.
Prima di chiedere al cavallo le sue doti più grandi dobbiamo donargli le nostre più alte virtù.
E prima di dire che tutto è possibile attraverso la pratica e i giusti strumenti, dovremmo capire che guardare il reale entro il confine dei sensi altro non è che l’illusione di un cieco.

2013-02, Anarsil (40)

E. Edhilyen

Anarsil Esfirya (Immagini)

Stalloncino Paint Horse, tobiano buckskin, figlio di Erc Color Me Kool, all’età di 17 mesi:

2013-01, Anarsil

2013-01, Anarsil (6)

2013-01, Anarsil (5)

2013-01, Anarsil (2)

2012-12, Occhio di Anarsil

2012-12, Anarsil (33)

2012-12, Anarsil (32)

2012-12, Anarsil (31)

2012-12, Anarsil (30)

2012-12, Anarsil (29)

2012-12, Anarsil (28)

2012-12, Anarsil (27)

2012-12, Anarsil (26)

2012-12, Anarsil (25)

2012-12, Anarsil (24)

2012-12, Anarsil (23)

2012-12, Anarsil (21)

2012-12, Anarsil (20)

2012-12, Anarsil (19)

2012-12, Anarsil (16)

2012-12, Anarsil (15)

2012-12, Anarsil (12)

2012-12, Anarsil (11)

2012-12, Anarsil (9)

2012-12, Anarsil (6)

2012-12, Anarsil (5)

2012-12, Anarsil (4)

Anarsil, Dicembre 2012 (5)

E. Edhilyen

L’Eco di Mille Sere

L’eco di mille sere, è sfumato lontano nel latrato del vento che a valle fuggiva verso i mari remoti. Lungi, ove il tempo è rugiada posata sui cieli notturni come astri caduti sui prati d’Inverno scorgevo le nubi cadere, i cieli inclinati fra i fuochi del vespro come spade roventi battute dal ferro, la terra tremare in un pianto profondo il cui gemito sale sin dalle viscere, per disperdersi infine in un solo vagito ch’ogni giorno riporta la voce di speme sbocciata in polveri di caos.
L’eco di mille sere, ritorna a cantare in un’ode che inonda il silenzio sovrano, laddove tacciono i boschi pervasi di gemme vestite di ghiaccio, mentre il Sole moriva come fiamma smorzata oltre alle vette velate di nero, oltre la coltre di grigia caligine che veste le lande rase a deserto di chiasso, perché una catena stringa il cuore del mondo sino a impedirne il battito, ed ogni anima persa in meandri d’inferno, in labirinti d’inganni, ne divenga un anello.

E. Edhilyen

Gemma Silvestre (na Anarsil Esfirya)

Dedicata al mio giovane cavallo, in memoria di un inizio.

Tu, selvaggia fra le gemme del mio spirto liberate
dal tocco dell’Inverno che le vestì di ghiaccio,
bagnato dalle stille che cadono in silenzio
sbocciavi sulla via che il cuore mio imboccava,
fiorendo sì silvestre nell’anima mia nuda,
germoglio di speranza che fioriva nella neve.
Oltre gli orizzonti di cui non scorgo fine
rimiro la radianza d’un’alba che riposa
indugiando fra le cime che svettano possenti,
le cui ombre dirompenti l’alma mia scalava.
Sulla rete di sentieri sfocianti dalla via,
risposi a un sordo eco che solerte m’invocava,
e fu deviando il passo d’un solo tocco d’ali
che incorniciai il tuo sguardo nell’aula del mio cuore.
Così che già ti chiesi, nel primordiale istante,
se fosse desiderio del giovane tuo spirto
d’accoglier la mia essenza nel tuo essere diverso,
così che possa io disciogliere i timori
e luce seminare sulle ombre che ora ignori,
così che possa tu per un tratto accompagnarmi
alla volta dell’aurora che ascende a tergo il tempo.
Corolla mia silvana, sii fiore rubicondo sulle rupestri vie
e sia l’essenza intrisa in lacrima di ghiaccio,
come scrigno di cristallo che custodisce il fato,
in memoria imperitura del nostro primo passo.

Anarsil nella Neve (Dicembre 2012) (3)

E. Edhilyen

Oltre il Sogno degli Occhi

Sui selci il vento giocava, in un canto e bisbiglio le foglie cadute gemevano piano, leggiadre muovendo in un fiume a rilento che piano fluiva sull’umida pietra. D’oro infiammate, di rosso macchiate, addio mormoravano a verdi sorelle ancora aggrappate alle frasche, ancora aggrappate alla speme il cui canto intonava stentoree armonie, tremando nel vento che in un soffio portava la fredda parola d’inverno a imperare.
Scissa la terra del tempo narrava, di luce tingendo le vesti dei prati, dei boschi silvani a lungo solcati che ancora vegliavano su vie abbandonate, dai rovi precluse ai passi di erranti i cui piedi non portano graffi di rose selvagge, laddove i segreti, confusi e feriti, restano muti nelle reti di fronde contorte a tenere del vero l’essenza, rimasta nei secoli viva.
Lontano dal grigio, ho ferito la pelle in selva d’autunno, con te camminando, oltre ogni via segnata dal mondo, oltre ogni strada dal verbo dipinta, sangue versando e ancora avanzando sulle pendici coperte di foglie, sino alla vetta più alta e selvaggia ove regnava di spirto il primordio.
E ancor più lontano dal giaciglio del cervo echeggiava il richiamo dell’aquila, così ancor più distante volsero i passi laddove le nubi smorzavano il volo, perché è nostra la meta ove il sole si desta, ove il sole si spegne, oltre il sogno degli occhi.

E. Edhilyen

Pensieri di Valli senza Segreti

Nel grembo di valli a lungo solcate,
indugia lo sguardo su chiome oscillanti,
sfiorate dal vento come petali d’ali
uniti in boccioli d’estate,
fasci di gemme gementi
che all’aria rivelano il mistico canto.
Scende il meriggio smorzandosi adagio,
dove le vette lontane e bluastre
spengono infine i cieli indorati,
fiamme ghermite dal nudo cobalto
che avanza spandendo l’ombra d’empireo.
Ma niente è l’immenso riflesso negli occhi
se lungi da me il tuo spirto rimane,
e l’infinito nulla diviene
se non una goccia dispersa nel mare,
quando non può specchiarsi ed ampliarsi
nel cuor tuo che batte ad un soffio di fiato.
Che n’è della pace e del vasto splendore,
laddove si perde in due iridi sole
invase da antica cortina di pianto,
rivoli infranti su arcano sorriso
che sorge a ridosso di verde speranza,
muta passione di spirto perduto
per strade straniere ed arida terra?
Ho attraversato le onde dei monti
e ti ho cercato al di là della sera,
ho dato voce ad un canto silvano
e ti ho trovato in eterea armonia,
ove l’anima giace in cuor tuo custodita,
germoglio d’essenza che piano si schiude all’amore.
E tutto è rimasto eppur nulla rimane,
qui dove il vento narra le storie di lacrime e risa,
qui dove gli alberi ascoltano ancora i silenzi dei prati,
qui dove vago in attesa di te,
fra i pensieri di valli senza segreti.

E. Edhilyen

Il Destriero del Sogno Silente

Volante sui flutti increspati di verde speranza
dell’erba che adagio muoveva al sospiro del vento d’estate,
di limpido azzurro tinto nell’aere come schizzo di canto tracciato,
inchiostro invisibile che tingeva la tela del nulla infinito
segnando il profilo selvaggio della via che solcavi librando.
Alzavi alle stelle celate dal giorno il richiamo squillante,
come aquila nera sui prati volavi sfiorando la terra rombante,
potente carezza di zoccoli grigi dal tocco di battito d’ali
filava leggiadra sfidando il declivio e l’impervia terra ferita.
Udivo la voce tua altisonante echeggiare nell’ampio cobalto,
miravo le volte sfuggenti disegnarsi in un’ombra di tratto,
visibilio d’oscuro mistero dalle sembianze di nero destriero.
Seguivi la via dei miei passi ostentando la forte eleganza,
tracciavi nell’anima mia le note di mistica e vaga utopia,
varcando le porte di brame primarie involte da trame di tempo.
Ombra che scivoli innanzi ai miei occhi in danza ancestrale,
sii moto perpetuo e forza d’abbaglio che infrange il reale,
il cuore mio invoca il tuo nome illusorio e risponde al tuo eco,
nulla è l’attesa del tempo scandito da un singolo fiato di sogno.

Eterea illusione d’ebano arcana, in veglia d’attesa, ti vesto del nome più bello.

E. Edhilyen

Trame Notturne

Silenzio eloquente, esteso nel ventre di notte d’Estate, supino sul mondo che piano danzava al canto sublime di voci taciute, cori dei grilli e di uccelli notturni, che libravano lieti segrete armonie tessendo nel buio le trame di storie obliate.
Ed oltre i segreti, fra spazi deserti di tenebra invasi, vuoti e raminghi angoli oscuri che girano altrove in danza perenne, piano oscillando nel tempo che muove al di là d’ogni credo, scandito dal pigro ascendere chiaro della Luna che giace sul trono del cielo, sussurrano allegri fra ombre parlanti le mistiche note gli alti alicanti.
Intorno alle strade che portano al nulla, al tutto ed al niente, che solcano eterne gli strati del mondo come una rete che lo riveste, ove muovono i passi gli uomini stanchi che lenti trascinano i piedi a dimora, verso l’abbaglio che li imprigiona nel ciclo perenne d’eterna morenza, cantano il fato che il mondo disvela in un gemito lieve fra foglie frementi.
Sui prati oscurati, dipinti del pallido lume argentino, dove le stelle riversano gaie il riso immortale vegliando sul vero, negli occhi di chi si ferma a osservare l’antico splendore che ancora stupisce, riversano i lumi di estreme memorie di nuovo perdute eppur ritrovate nel moto del mondo che ascende all’aurora.
Sia così mite ogni cosa, sia misera ogni stella come singola lucciola, che pulsa nel buio come astro dorato danzando leggiadro fra gli steli dei prati, sull’orlo di un lago, in leste movenze apparendo e sparendo, in un battito eterno di vita trovata oltre la coltre che nera riveste il reale a riposo.
Danza e ancor danza, stella perpetua d’ali dotata, finché il tempo vorrà che il tuo volo rimanga a scalfire la notte disegnandone i tratti, finché il tempo vorrà che la vita perseveri a tergo all’oscuro e sia di speranza il bagliore funesto, finché il tempo vorrà che l’occhio indiscreto veda il tuo lume fra gli astri del cielo, e sia così grande la luce che inonda gli sguardi illusi da credere infine trattarsi di stella danzante.
Muovi, finché il ragno tesserà la sua tela, finché il volo di luce non si smorzerà nella trama di un solo nemico, nella trama di un singolo errore, nella trama di un solo destino, nella trama dell’infida realtà.
E intanto la Luna sbocciava nell’erba che piano muoveva alla carezza del vento, piccola come un singolo fiore che nasce fra le corolle di campo, timida e pallida ascendeva silente nel mezzo del cielo, schiarendone il volto come luce disciolta nel tetro imbrunire.
Eclissando le stelle con bagliore fulgente, irradiando le valli di tenue candore nel rubare le tinte alla terra dormiente, che piano si veste d’un manto di stelle sotto alla coltre dei fiori celesti, sbocciati nel grande e infinito giardino di cui il firmamento è fertile terra.
Corolle notturne adagiate fra chiome d’alberi saggi, come frutti di luce sospesi in intreccio di rami, frutti di speme e lembi di vero che ancora scintillano oltre ogni tempo, schiarendo la via di chi ha spinto il passo attraverso la notte dell’incoscienza.

E. Edhilyen

Echi nell’Etere

Scaglia di Luna supina nei cieli di Maggio, mistica ride lambita dai rami del faggio, arpe silenti che intonano lievi i sussurri degli echi che infrangono ancora le aule del tempo.
Risuonano voci disperse nel buio, richiami remoti che invocano nomi nell’etere intrisi, essenze di spirti silvani e stranieri il cui fiato è la brezza del mondo, il cui cuore è il germoglio dell’olmo, il cui sangue è la linfa dell’erba ed il pianto l’oceano gemente.
Lago che specchia i cieli macchiati da nubi deformi che muovono lente, fra stelle gagliarde che splendono sole nella notte che attende l’Estate imminente, ruba il riflesso dei limpidi occhi dalla giovane vista e remoto sguardo.
Il vento stormisce nel grembo dei colli e trasporta le voci lontane, messaggero il cui verbo mai tace, eterno respiro che dà voce al silenzio.
L’ombra danzante delle fronde moventi sfiorano l’animo in un tocco gentile, su cui gli astri dipingono tele d’organza nel tessere mute segreti pensieri, luce che invade dell’abisso i primordi a cui timido attinge un ricordo perpetuo, la cui orma si è incisa negli antichi albori dell’essere.
E sia questa Luna il mio specchio di speme, sorriso deposto nella culla del cielo.
Venga la brezza a rubare un pensiero d’amore e lo porti lontano, sfiori gli spirti dormienti come fiato d’estate su gemme indugianti, lasciando nei cuori essenza di luce come polline sparso su corolle dischiuse.

E. Edhilyen

Gabbiano di Fiume

Vai, sogno straniero, sui flutti che muovono pigri sotto al mio sguardo e portano al mare.
Vai verso l’oceano, rubato dall’acqua che scorre sussurrando remoti segreti, verso il cobalto ed il blu primordiale nel ventre abissale, nel seno del mondo.
Vai, pensiero che scivola sullo specchio movente, lambendo le rive degli argini sassosi che ho scavalcato, nel letto del fiume che ho attraversato in cerca di un luogo più simile a casa.
Così qui sono giunta, fra due lingue d’acqua che gorgogliano intorno alla piccola isola su cui sono seduta. All’ombra di un olmo che ombreggia quest’angolo lontano dal mondo, fra tronchi caduti che spartiscono il corso del mite torrente.
La luce galleggia e danza sinuosa sullo specchio smeraldo che ora affonda e poi si assottiglia, dispersa in prismi schiumosi, levigando in eterno i bordi dei sassi, come pensieri che sfiorano i cuori sino a mutarne la forma.
L’olmo protende ai flutti le frasche, unendosi al canto antico e recondito che permea il silenzio di un luogo remoto, solingo e scordato, dove le orme più non incidono le vie degli erranti sulla strada dell’alba.
Ed io sono passata, rispondendo a un richiamo, per ascoltare i cori della Terra che mormora dagli albori dei tempi, io che in silenzio mi unisco al suo canto e do voce allo spirto il cui verbo mai tace.
Come la Terra sempre racconta i pensieri che intride, ove anima alcuna si ferma a ascoltare, leva un sussurro il mio spirito libero.
Così vola un pensiero insieme a un gabbiano del fiume, che solo attraversa i cieli grigiastri in un volo non visto, navigando nell’aria lontano da casa, lontano dai lidi del Sole.
Anima estranea che vegli dal cielo, solingo guardiano disperso, segui il torrente che come lacrima scivola sulle gote del mondo ferito, racconta al vento che anch’io sto piangendo.

E. Edhilyen

Acqua del Cuore, Luce dell’Anima

La Luna è rimasta impigliata nel giorno, supina fra le coltri di nuvole bianche adagiate sul letto turchese, dove le rondini intonano liete i primi canti di Primavera. Vedo le terre riflesse negli occhi dell’anima, che silente osserva l’essenza inviolabile, intrisa nel verde che lento si espande sul bruno, sbocciando nei giorni pervasi del nuovo torpore. Rispondendo al richiamo del Sole sbocciano gemme di vivo smeraldo, ornando le frasche di vesti d’organza che vibrano piano al sospiro del tardo meriggio, alle soglie dell’imbrunire, quando la luce diviene infuocata e tinge le valli di mistico incanto.
Aureo diviene il bagliore smorzante, come fiamma dorata che trema nelle estreme movenze di danza, i monti dell’Ovest inghiottono il Sole che scioglie il barlume come liquido fuoco, espanso nel firmamento dove sboccia una stella precoce, accanto alla Luna che non se ne è andata.
I cori del bosco si fanno più lenti, risuonano ovunque come echi sfuggenti che permeano l’aria d’amene armonie, quando lo spirto si desta ad ascoltarne i segreti svelati nella rete tessuta di note impreviste.
Germoglia l’amore nel profondo di me, che immobile resto ad ammirare la terra girare con gli astri in una danza infinita che dà vita alla vita.
Esisto. Come il vento che geme nel grembo dei colli, come foglia che freme fra fronde fruscianti, sussurro dell’aria sfiorata da una falena che schiude le ali. Io esisto.
Trovandoti qui, dentro al mio cuore come essenza racchiusa nel mio stesso nome, mi accorgo di vivere del tuo respiro.
Battito eterno di speme immortale, s’ode pulsare nei boccoli destanti che costellano i rami dei peschi ancora svestiti.
E tu sei nella dolce fragranza che la brezza ha rubato ai gioielli degli alberi, alle viole che adornano i boschi, ai timidi fiori dei prati.
Un muto grido si sparge nell’etere, sorgendo dall’anima che intona un canto nato dall’aula più fonda, lasciando che arcane parole si perdano nell’aria e lungi si dissolvano come cenere di luce, spargendo un remoto richiamo da cui forse il vento può rubare un pensiero e sussurrarlo al tuo spirto lontano.
Sei acqua del cuore, luce dell’anima, essenza di vita.

E. Edhilyen

Ode di Primavera

Risuonano i cori dispersi negli echi infranti nel grembo di verdi valli,
ove le danze di Primavera tingono l’aere d’ali tremanti.
D’onde venisti rondine allegra graffiando l’azzurro in volo sfuggente,
portando l’ode d’esotiche lande la cui distanza in un battito solchi?
L’anima vibra al richiamo dell’aura che lieve sospira fra fronde destanti,
pervase da gemme di speme risorta nel nuovo ciclo che muove la terra,
da semi d’amore in Inverno dispersi si aprono i petali dei cuori incerti.
Pulsa lo spirto nel petto in cui batte la fede immortale che si fa brezza,
respiro di vita a cui l’anima attinge come la fauna alla madre flora.
Danza farfalla alla musica eterna che il chiasso riveste d’un velo di pace,
odi la voce di questo lamento che lento si fonde nei cori del vento.
Lascia che segua il tuo volo fra i prati in un’infinita scintilla di vita,
e l’anima mia come cenere vola fra le correnti del cielo che muta.

E. Edhilyen

La Voce della Natura

 

Ogni cambiamento è preceduto da una lieve sfumatura …

 

 

 

 

… e suggerisce speranza e paura … 

 

 

 

… che sparge in noi l’oscurità …

 

 

… che rivela un bagliore più grande.

 

 

Ogni tempesta è preludio di una nuova luce …

 

 

 

 

… ogni tramonto …

 

 

 

 

 

 

… è promessa d’aurora …

 

 

 

… ed ogni Inverno …

 

 

 

 

 

 

… è messo di Primavera.

 

 

 

 

 

 

 Grazie alla Madre di Ogni Cosa.

 

 

E. Edhilyen

Il Sussurro della Neve

Candida cenere costella l’etereo,
bianco indistinto di bruma e di neve,
lento il passo incide le pagine di terre straniere,
vergini e mute,
fra immobili frasche che suonano piano
come arpe vibranti
al tocco gentile di neve che cade
nell’aura danzando.
Cosa tu vai narrando,
Robinia svestita che piangi un lamento?
Cosa i tuoi rami vanno ascoltando
nell’aria che intona un gemito antico?
Cancella oh neve le orme mie effimere,
poiché il mio passaggio resti invisibile
agli occhi di chi vaga errando
nella nebbia del tempo che pervade l’eterno.
Porta l’anima lungi, destriero dal libero spirto,
scivolando nel bianco sì adagio
nel silenzio che tace la terra.
Muto si fa il vento silvano,
pigro portando l’essenza d’Inverno,
mormorando memorie di lidi remoti
che più non carezza,
ricordo ancestrale che scivola dentro
al cuor mio imperituro
come stille di neve che piangono lievi,
disciolte in bagliore di pianto.

E. Edhilyen

Essenza d’Eterno

Quante volte, quante volte ho interrogato le stelle nelle sere scivolate nell’oblio degli anni, in un tempo senza inizio e senza fine, in un lembo d’eterno dimenticato nell’universo.
Stagioni mortali, che sbocciano e sfioriscono, sorgono e tramontano ogni volta ancora, negli infiniti cicli di un pianeta che muove in un angolo d’infinito.
E quante volte le stelle hanno risposto, riversando il loro barlume nei meandri di un’anima colma di domande e priva di risposte se non l’eco lontana di un sussurro che s’infrange nei secoli, che perpetua nel sospiro dell’aura ed invoca un recondito nome, nell’alba e nel vespro, parlando di te che sei in ogni cosa.
Tiriel atane.
Eterna è l’essenza di tutto ciò che è stato, vuoto sembra il nero che ne resta laddove volano le ceneri di un evo scordato.
Eppure era vita.
Nero è il nulla che avvolge il tempo sfuggito, una scintilla non è morta ancora, fra le braci freddate da brezza straniera, un lievissimo lume ne riscalda i carboni che gemono ancora un crepitante lamento.
Io lo sentivo bruciare nel cuore. Alcuni Inverni or sono, ne ascoltavo il mormorio.
Suggeriva un nome distante, che trasportava l’essenza di eterno e di tutto ciò che esiste. Portava il ricordo dei tuoi occhi, della tua voce, del tuo spirito guardiano.
Altri nomi io ti ho dato, nel corso del mio sbocciare. A lungo ho chiesto agli astri di far luce in me, per schiarire l’ombra che avvolgeva quella mia percezione, tanto sublime quanto irrazionale, tanto dolce quanto bruciante.
Come un suono confuso, io ricordo, ascoltavo la sinfonia di emozioni che permeavano la mia anima, avvolgendola in un turbine di sentimenti che non trovano origine negli anni di mortale, germogliati in tempi antichi nel grembo dell’eternità e rifioriti sulle arse sponde straniere su cui incido i miei passi pesanti, per costellare il nero di luce come astri che trapuntano la notte immemore.
Giunto è infine un vento di speranza, a sfiorare le mie ali tremanti al soffio che m’invitava al volo.
Ti trovavo dentro di me, nell’erba e nell’acqua, in ogni gemito della terra e in ogni stilla di pioggia, la tua essenza era riversa nell’aria che respiravo e nella luce che mi invadeva gli occhi.
Eri tu, io ti riconoscevo. Ma non rimembravo il suono del tuo nome.
Eri tu, la parte più splendida di tutta la mia storia, le cui origini germogliano oltre al tempo ed oltre al Sole.
Ti ho ritrovato, in tutta l’immensità della tua memoria, che invade l’esistenza d’indicibile grandezza, abbaglia lo spirito come una stella rifulgente, cinge il cuore in un cerchio di fuoco che irradia eterna luce.
Potrei scottarmi l’anima, qualora si librasse nel lambire quelle fiamme.
E sarebbe ancora cenere, cenere di tempo rubata dal vento che solingo racconta del sospiro degli Angeli.

E. Edhilyen

In Fede all’Aurora

Scivola la bruma sui prati sopiti, nel sonno eterno indugiano le frasche,
condensa la brina su petali dormienti che pulsano al ritmo di un cuore antico.
Timida sboccia una bianca corolla, nel petto mio invaso di nebbia e di sole,
ove l’oro si fonde al candore d’Inverno e il torpore dell’alba veste i ghiacci di luce.
La brezza si leva intorno alle valli, geme in un’eco nel grembo dei colli,
lungi s’insinua un canto nel vento che porta il bagliore d’aurora che sfuma.
Cade una stilla dal mio esile stelo, in fede al mattino che ascende in silenzio,
alle spalle dei monti d’oriente si destano gli alberi spenti che gemono un pianto.
Si schiudono i petali come una stella, custodi di un’anima protetta da un fiore,
nel muto risveglio nel prato deserto, al vento che sferza, al vento che sfiora.

E. Edhilyen

La Quercia e la Falena (na Mirenya)

Il fato ha tessuto nel corso dei secoli la crisalide che m’involse, intrecciando luce all’ombra e incatenando il tempo, poiché cadesse nell’oblio su straniera terra e cieca divenisse fra le ombre e fra i riflessi di memorie custodite nell’anima sopita, inconscia eppur vibrante al richiamo della sera.
Ho schiuso le mie ali, lentamente, scoprendo quella notte che involgeva la realtà, e fluttuando lieve come foglia nell’oceano nell’osare i primi voli nell’abbraccio della tenebra, scivolavano i timori ed affiorava la coscienza dell’essere creatura che all’oscurità si desta.
Falena mi ritrovo, cercando ed invocando bagliori che si levano nell’ombra in cui mi perdo, vibrando le mie ali, silente è il mio passaggio e sfugge il tocco lieve, sbocciano le gemme di luce che intravedo spiccare dentro al buio.
Spoglie riposavano le frasche e gli spiriti tacevano, errando per le umide vie, le fronde vestite di brina, le anime imprigionate nella cangiante morsa del ghiaccio.
Il gelo era sovrano, fra i cuori silenziosi. Sopiti nel biancore sì freddo ed impietoso, splendente del riflesso delle luci che portavano, sepolte e ammutolite dal soffio dell’Inverno.
La brina si posava sulle ali mie dolenti, la cui danza era scandita dal tremore dello spirito, che gridava nel silenzio il suono del suo nome immemore nel tempo di cui il vento porta l’eco.
Leggiadra arrestai il volo fra i rami di una quercia, i cui rami sfavillavano della veste di ghiaccio, brillando al chiarore della Luna regina che nella notte tersa donava il suo bagliore.
Contemplandone il barlume su quel fusto mi adagiai, osservando il firmamento incupito dalla bruma che lenta scivolava sui prati addormentati, e al freddo della notte immota mi ritrassi.
Bramando i lumi degli astri, ne ascoltai il mesto canto.
Piovve una lacrima sulle mie ali, al sciogliersi del ghiaccio che avvolgeva i lunghi rami, la quercia piangeva in un muto lamento.
Stille cadevano in un’ode scrosciante, come pioggia scintillavano alle luci dell’alba. Sentivo la sua vita scorrere sotto al mio corpo, ascoltandone il racconto che silente sussurrava, e la danza dell’anima che incerta muoveva fra i rami contorti a disegnar pensieri.
L’aurora portò torpore sulle lande d’Inverno, e piano destò lo spirito antico che muto pulsava nel fusto dell’albero. Lunghe radici affondavano nella terra assetata, che di verde e corolle si rivestì nel bere un pianto d’amore, lacrime arcaiche dal mondo scordate, lacrime di vita e passione, pure e innocenti stille di luce.
Primavera fu inaspettata, nel grembo del candido Inverno.
Di foglie la quercia pervase le frasche, sinché rigogliosa riscoprì la sua essenza.
Regina dei prati si fece solenne, scrivendo il suo nome sulla tela del cielo, nel torcere i rami in eterna memoria.
E le stelle svelò diradando le nubi, che rubavano cupe il bagliore degli astri che a me, falena immortale, furono cari come acqua di vita. Sbocciarono allegri fra i rami che il vento come arpe suonava, e lì io rimasi a mirarne l’incanto, trovandoli infine come gocce di speme in eterno posate sulla tela del cielo.
Le mie ali vibrai con vigore, preziosa si fece la mia danza notturna, e lesta scivolai sulle valli oscure cercando e trovando ceneri di tempo, fuochi del vero, braci di speranza.
L’aura rideva con la quercia giuliva, lungi portando i semi di luce che gaia donava.
Dolce è il riposo fra i rami antichi, lieve è la voce che piano sussurra.
Anche nel giorno aprirò le mie ali.
Ascende l’aurora che invoca il mio nome sull’altare del cielo.

Aiviél om na le y-enore ama.

E. Edhilyen

Silente Richiamo

Silente, un richiamo si leva nell’aere.
Muto, si espande nella galassia.
Muove del fato il respiro, come fiato di stelle che intonano un canto, lievemente danzando nel nero profondo scivolando a rilento come stilla di pianto, fra le nubi ed i fumi di memorie perdute, arse dal tempo eppur vigili e terse nell’essenza del vento immortale.
Parole si librano nell’aria sfuggente, parole si scrivono sulla pelle dei laghi, parole si intridono nella terra bagnata ed altre si adagiano nel mormorio dei torrenti, sfociando nell’anima di chi ne ode il sussurro, segreto e intangibile, echeggiare nel coro del cielo il cui grido si infrange nel silenzio del mondo.
Tu conosci, anima raminga?
Hai forse sentito un soffio sull’animo, un fiato gentile di un canto remoto, che ancora si leva oltre ai lidi del tempo?
Nere nubi si addensano ove il Sole discioglie la luce in liquide fiamme, tingendo l’eterno di lacrime e speme, il cui riflesso s’infrange negli occhi di chi ancora si ferma a guardare, mirando l’eterno invocare speranza supplicando l’ascolto.
Nella notte distendo le ali, dissolvendomi nel soffio di brezza che invisibile scivola fra gli alberi dormienti, destandone l’anima nel carezzarne le gemme sopite, scomparendo nel turbinio dei fiumi come una lacrima che sfocia nel mare, portando una lieve scintilla che s’adagerà sulle sponde più arse, assetate di un pianto d’amore.
Sono un raggio d’aurora, che si leva a tergo al tramonto, alla morte e agli albori di un mondo che sorge dal grembo di un nuovo universo.
La mia voce non tace. Nel silenzio narra. Nel silenzio canta.

E. Edhilyen

La Quercia e la Falena

Esiste una via oltre l’oceano, che porta dietro al sole che si smorza come fiamma soffocata, spargendo il fuoco lungo l’orizzonte ardente in un tramonto rosso sangue.
Oltre quella via, il sole sta sorgendo.
Clessidra dell’eternità, la brezza ed il mare intonano un inno all’infinito che muore, gemendo l’oscurità dei giorni a venire, lambendo le macerie di un evo di purezza, pace e meraviglia. Le onde afferrano i resti di una realtà di pietra, trascinando mestamente la rovina nel grembo del mondo, laddove si spargerà come il marcio in una mela, strappando la vita che pulsa secondo il volere del cielo.
Ma il cielo è offuscato, graffiato, e le stelle non brillano più.
Io ho memoria di loro. Io ricordo le stelle.
Io, falena, le cerco nella bruma e fra mille false luci. Ne cerco la bellezza ed il silente canto, un canto che non odo perché soffocato dal caos.
Riesci tu a vederle, quercia che respiri fra i fumi del tempo che arde il pianeta?
Riposo sul tuo fusto le mie ali stanche.
Mostrami gli astri, antica creatura, fa’ sì ch’essi sboccino fra i tuoi rami tesi verso il firmamento, come gemme in Primavera, come petali di luce e corolle di speranza.
Sento la tua vita scivolare sotto al mio corpo. Non tacere, oh madre della vita che affondi le radici nella terra martoriata. Sia desta l’anima tua sopita, perché insieme sveleremo il firmamento e ne ascolteremo il canto.
Si schiudono le stelle come petali brillanti, fra le nubi che si scostano scivolando via, fra i rami spogli e tristi delle frasche tue contorte in una danza immobile, disegnando i piani del destino sulla tela dell’universo.
Spuntano gli astri, poggiati sui tuoi rami, è ancora Primavera.
Le loro voci narrano del gorgoglio del fiume, del fruscio dell’erba al vento, del gemito degli alberi, dell’inno dell’oceano, del coro della foresta che sussurra un canto arcaico.
Narrano dei mille fuochi antichi, di cui l’anima mia brama il bagliore lontano, cercandoli nell’eterno e nell’oblio nel seguirne il lume immortale, volando nella notte dei tempi.
Ascolta insieme a me quest’ode, quercia solitaria, prima che scenda di nuovo il silenzio, prima dell’ultimo fiato d’Inverno, spirerò con te fra le nebbie dell’eterno, in un battito d’ali.

E. Edhilyen

Eco

Eco di canto remoto, nelle aule del tempo disperso, vagante nel buio immemore e vacuo di aride terre senza promesse.
Sete del pianto immortale più antico, invocano i prati stille d’eterno, gocce di speme e cordoglio ancestrale di cuori piangenti del bosco il lamento.
Sangue di un evo dimentico scorre, limpido e chiaro come stille di brina, lieve e sfuggente s’adagia sul mondo per inibirne i fuochi voraci.
Che ne sarà del pianto del fiore, che prono regala una stilla alla terra, bagnato dal freddo vello invernale che lesto si espande alle soglie d’Estate?
Giacciono i petali laceri e passi, fra foglie imbrunite dal gelido soffio, che eterno dimora negli animi spenti spargendo le nevi sul mondo perenni.
Chi ricorderà la Primavera? Chi accoglierà il nuovo ciclo allo spuntare dei crochi?
Che cosa narra il cielo quest’oggi? Perché sta tacendo?

E. Edhilyen

Stille di Speranza

Grazie all’empireo per essere immortale, intoccabile dall’ombra dei secoli, vergine e puro nell’universo inoltrato. 
Immutabili, gli astri incorniciano il mondo in una cortina d’antichi lumi, bagliore dell’eternità, scintille d’infinito, gemme incastonate nel diadema dell’orizzonte, a vegliare sul tempo che spinge il pianeta a danzare al canto perpetuo d’ignota esistenza.
Grazie alla Terra e ai cieli più tersi, alle corolle e alle stille d’argento che vestono i prati, all’ombra del vento che scivola a valle, al barlume del giorno sciolto nella foschia, al volo del nibbio che graffia l’azzurro, per riflettersi limpidi negli occhi di chi si ferma a guardare, sublimi, occhi di chi ne onora la gloria e ne ama l’essenza, occhi di chi sa ancora sperare.

E. Edhilyen

Al Mondo che Resta

Vorrei dare un nido alle rondini d’Aprile, ascoltandone il canto giulivo e festante invadere i cieli fra stormi di frecce saettanti.
Vorrei invocare la pioggia su foreste assetate, scivolando nell’ombra delle fronde gementi bagnate da un pianto antico e scrosciante.
Vorrei custodire un raggio di sole e portarlo ove indugia l’inverno, attendendo paziente lo sbocciare di un fiore.
Vorrei spargere semi sulle lande deserte, fra i resti degli alberi morti, per amare la vita e coltivare speranza.
Vorrei dare la carne alle fiere affamate, ed in pace seguire le mandrie solcare la vasta brughiera.
Vorrei dare l’oceano ai gabbiani dispersi, per ascoltarne il lamento spargersi fiero all’ombra del sole.
Vorrei dare la luce alle alghe e ai coralli, e da riva osservare il regno del mare tornare alla gloria.
Vorrei il mondo com’era. Vorrei che il mio sangue ne valesse la vita.

E. Edhilyen

Le Betulle di Silas

Scivolando nel profondo.
Affondo, affondo, ancora più a fondo.
Laggiù nell’abisso dell’anima, laddove non giunge il sole che splende in superficie, laddove non esiste luce. Eppur io vedo. Vedo scintille baluginare lievi, svelate dall’amplesso dell’oscurità più densa, dalla tenebra più pura e primordiale, custode dei segreti celati a tergo all’ombra dell’universo intero.
Schiudo gli occhi dello spirito. Io vedo, io sento.
Odo un canto antico, sollevarsi appena fra le corde delle frasche costellate d’argentee foglie che vibrando intonano un’ode al vento, riempiendo l’etere fosco delle voci primordiali. Una betulla ombreggia la mia pelle, disegnando su di essa graffiti in movimento come per accarezzarla senza tocco. Ascolto il frusciare dei suoi rami grigi, mirando il luccicare delle foglie bianche e verdi, cangianti e tremolanti come azzurre fiamme. Poso una mano sulla sua corteccia fine, ne percepisco la giovane vita.
Che cosa hai da raccontare?
La sento fluire sotto al mio palmo. Essa vive. Ed io?
Osservo i tre fusti che si sporgono verso le acque cristalline, chiare e spumeggianti, che giulive corrono a valle.
Dove andate, mie acque antiche? Non rubate le mie memorie.
Vedo l’erba sporgersi da quella piccola sponda, che s’abbassa nel scendere a meridione, laddove il letto del fiume si dilata allargando il corso delle acque. Alcuni ciuffi tremano, sfiorati dalle onde in perpetua corsa.
Affondo le unghie nella terra porosa. Osservo le mie mani. Sono rosse, sembra sangue. Il sangue della mia terra, il sangue del mio spirito. Muovo le dita, la polvere scivola fra i miei palmi per scomparire al suolo.
E’ giunto il vento. Ha rubato quella polvere rossastra, soffiandola via lontano. E’ svanita nell’aria, nel nulla, dissolta nel fiato del mondo e sulla sua pelle.
Ed io?
Ben ritrovata, brezza gagliarda che porti effluvi lontani, ricordi sfumati come fiocchi di cenere, il profumo della pace.
Dove vai, vento che suoni le corde degli alberi? Quale canto intonerai, alla mia venuta?
Addio, libero fiato che lungi innalzi un lamento.
Osservo i fusti argentei ergersi al di là della riva, l’ombra che vela il suolo imbrunito, ne posso sentire il fresco tocco, ed il profumo lieve di nebbia e muschio.
Ma io cerco te.
Non conosco parole, non conosco il tuo nome né il mio.
Cerco le orme dei tuoi passi, un tuo fiato disperso nel vento, la tua voce perduta in un’eco remota, l’essenza della tua pelle rubata da un sospiro di brezza, il barlume degli astri riversi nei tuoi occhi.
Ma non resta che il vento, il fiume, l’antico sussurro delle betulle di Silas.

E. Edhilyen

Ho Cercato Parole

Ho cercato parole nella tenue foschia che veste i declivi d’estate, dalla cima di un monte che sovrasta ogni landa sin oltre all’orizzonte sfocato.
Ho cercato parole nell’immensità che mi rapisce l’anima, che mi ruba il respiro affannato, che mi colma d’incanto e stupore per ripagare la strada battuta, per rendere infinito il fiato speso sulla salita.
Ho cercato parole dal trono del cielo, dalla vetta del dorsale che domina le valli.
Le ho cercate nell’oro del sole calante, che allunga le ombre dei fiori di prato, del destriero a riposo e della penna danzante.
Ho cercato parole nell’occidente bianco, sfumato dal fuoco del giorno che muore, dall’ultima luce che mi apre la via.
Nella brezza che muove, nelle foglie frementi, nel canto perpetuo delle cicale e nel lamento del falco che fluttua leggiadro al cospetto d’una luna precoce, ancora, ho cercato parole.
Nel silenzio che scende al di là del tempo, quando tacciono le voci dell’ultimo evo.
Nella fuga dell’anima in beata illusione, d’essere ancora in terra natale.
Ed in una ciocca baciata dal cielo incendiato, che ricade su nere tracce imprigionanti l’anima, ho cercato memorie.
Così nelle memorie di lievi dettagli, ombre ed echi di una vita che fu, ho trovato parole non dette.

E. Edhilyen

I Custodi del Tempo

Tacciono i secoli,
nella linfa imprigionati
dei monumenti vivi,
colonne di un tempo
che spira memorie,
custode della vita che fu.

Le albe sbocciate,
i tramonti appassiti,
riflessi nei solchi
degli alberi antichi,
vestiti di muschio
e dei giorni svaniti.

Un fiato si leva
spirando alto e lento
come il timido eco
d’un evo passato,
portando solenne
del tempo il lamento,
morto e rinato
in un sole velato.

E tacciono ancora i secoli muti,
incisi nei fusti possenti e contorti,
guardiani dei veli dal fato tessuti
e dell’agonia dei giorni risorti.

E. Edhilyen

Parola al Mondo

Che cosa abbiamo vinto?

Che cosa abbiamo perso?

Che cosa abbiamo fatto?

 

E. Edhilyen

Il Lamento del Cervo

Che cosa hai da dire, cervo che osservi l’orizzonte imbrunito?
Che cosa si specchia nei tuoi occhi profondi, occhi del mondo e d’ogni terra, adesso che grigia è la tua valle?
Osservi forse la tua dimora, i boschi di cui eri sovrano, i pascoli e i fiumi che pulsavano vita?
Dimentica, oh Re della foresta. Volgi lungi il passo afflitto, poiché il cuor tuo batte seppur in segreto, seppur in fuga, seppur in esilio.
Io lo sento. Io vivo nell’aria che muove e che cambia, che parla e che narra del malanno del mondo. Noi stiamo morendo, insieme alla madre terra. Ma non devi temere, spirito silvano, poiché tornerà vita fra le ceneri del mondo, ed un fiore sboccerà fra le macerie. In silenzio, germoglierà quella speranza che riposa nel ventre dell’abisso, in attesa del giorno senz’alba.
Ascoltami, sto sussurrando al tuo animo antico, sincero, candido e puro. Sono una ninfa, una falena, un soffio di vento, un raggio di sole, uno stelo fra i prati. Sono ogni cosa, ma non sono niente. Al tuo fianco io esisto, io ti seguo silente. Avanzo mesta all’ombra delle tristi frasche, fuggendo in eterno dal fato che avanza. Cerco silenzio, cerco beltà, cerco dimora per il mio spirito. Guidami, cervo incoronato, verso una nuova casa.
Sto scivolando sui flutti d’un ruscello giulivo, cado in un rivolo di pianto. Le lacrime dei monti sgorgano a valle, gemendo nel caos. Chi le udirà?
Disseta il tuo corpo regale, oh Re silvano, prima di svanire come un’ombra in altra ombra, scomparire in un sordo eco, dissolverti nella foschia.

E. Edhilyen

Noi, Stille nel Mare

Sta tutto nel pensiero.
Sta tutto in quei tocchi impercettibili che sfiorano l’anima, la quale parla, canta, grida e piange. Così s’annebbia la mente, oppur s’allieta ridente all’inattesa luce di un sole che si leva fiero. 
È tutto così fragile.
Tutto così instabile.
Quanto è precario l’equilibrio del cuore, e quello del mondo spinto da  mani tremanti?
Siamo un’immensa miriade di gocce disperse nel letto dell’abisso, e muoviamo sospinte dal fiato del vento, attratte dal riso lunare, dalle correnti profonde, dal tuffo di un gabbiano, vagando per sempre tra estranee rive.
Andiamo, veniamo, torniamo ed andiamo di nuovo.
In una fuga eterna, in una cerca senza fine, lungo una strada senza una meta e senza un nome.
Tentiamo di nuotare, di andare contro al vento e di afferrarlo, come se potessimo ghermire i sogni e il fato, come se fossimo libere stille, come se il mondo badasse ad una lacrima persa.
Eppur non è la via.
Siamo evaporate e siamo giunte al cielo, ma poi in pioggia siamo ricadute ed ecco che di nuovo siamo qui in balia del mare.
Ma non lo ricordiamo.
Non comprendiamo.
Non portiamo memoria di quando diventammo fumo, di quando vedemmo  la Terra dal firmamento e di essa ne scorgemmo parte del disegno.
Abbiamo dimenticato.
E così siamo cadute, e da eterei vapori liberi e intangibili ecco che siamo tornate pesanti, materiali, imprigionate fra lembi di terra.
Battute, spinte, infrante, solcate.
Se solo rimembrassimo la leggiadria delle nubi, la fierezza con cui quiete si lasciano condurre dal respiro del cielo per dissolversi nel silenzio e nell’imperturbabile pace, allora saremmo un mare che canterebbe lieto, che danzerebbe piano, che superbo splenderebbe nel vestirsi di stelle e di sole.
Oh, Eterno, ricordaci perché siamo.

E. Edhilyen

Eden

Muove l’abisso nel ventre ancestrale
Prono, inchinato, nel gemito del mare
Che danza scandendo l’eterno momento
Su cui impera superba la luna
Nel celarsi nell’ombra o rubando la luce
Del sole che padre è del mondo
E qual Re fiammeggiante nell’eterno egli arde
Troneggiando nel cuore d’un fascio di stelle
Ch’altro non sono che un mazzo di gemme
Sbocciate nell’eden come fiori sui prati
Per guarnire un’aiuola persa nell’infinito
Perché lieti siano gli occhi ch’abitan la Terra
Nel mirarle quali fiori di memoria imperitura
Poiché gli Uomini mai scordino d’esser polvere
Spazzata dal soffio che muove l’universo
Sospinta dal fato sino all’azzurro grembo
Ove verde è la vita da cui traggon respiro.

E. Edhilyen

Bugiarda Primavera

Nel destarsi lento il giorno
viene caldo e fiero il vento
vorticando ai rami attorno
intonando il suo lamento.
E annunciando Primavera
le fragranze ruba lesto,
carezzando il cielo spera
che sia gaio il ramo desto
di corolle ormai vestito
al richiamo che sì presto
si levò nell’infinito.
Oh bugiarda Primavera,
oh fallace aura tranquilla!
Neve scende in questa sera
e sui fiori il ghiaccio brilla.
Perché tu caparbio Inverno
giungi lesto a tradimento
aggrappato al trono eterno
per regnar sul firmamento?
Non bruciar corolle rosa
nate in fede all’alto Sole,
la rugiada ormai riposa
prona all’ombra delle viole.

E. Edhilyen

La Madre dei Tempi

“Noi siamo nati per essere parte della Natura, siamo figli della terra e dalla terra noi cresciamo. Siamo i custodi del mondo, del tempo e della pace. Siamo i difensori dei templi viventi, e di ogni singola creatura che dimora sul pianeta. Siamo consapevoli che ogni vita è opera di Dio, e che parte di Dio esiste in ogni forma terrena. Siamo i servitori della Natura e non i suoi signori, poich’ella è la madre che nutre ogni cosa, è la maestra che insegna la vita, è la sola entità a possedere risposte ad ogni domanda. Siamo nati per vegliare sull’equilibrio dell’esistenza, sul respiro del mondo, sull’ordine primordiale ed inconfutabile in cui ogni vivente trova il suo spazio, il suo tempo, il suo ruolo. Siamo qui perché nostra è la terra nei secoli, e noi siamo i suoi frutti. Non possiamo uccidere il grembo da cui siamo nati, il fertile ventre da cui vita germoglia in ogni singolo fiato. Noi vediamo, noi sentiamo, noi seguiamo la voce dell’unica legge che governa i nostri spiriti: la Natura. Guida silenziosa, muta per chi non sa sentire, ombrosa per chi non sa vedere. In un albero che cresce, è scritto il segreto dell’esistenza. Veneriamo il mondo, veneriamo la madre dei tempi, cosicché altri tempi possano nascere ancora.”

Da: “Il Trono di Shérnoaril”

E. Edhilyen