La Danza della Luna

Veloci le nuvole sulla tela d’azzurro
veleggiavano tinte di ombre e di luci,
una scaglia di Luna supina nel giorno
riposava a tergo le maestose coltri.

Venne ai miei occhi arcana visione
quando la Luna prese a danzare,
toccai con le dita un lembo di cielo
ed essa sfuggì via dai miei palmi.

Muoveva veloce nel chiaro meriggio,
ora impigliata fra nubi moventi
ed ora nuda nel vuoto cobalto,
retto il tragitto volgeva a ponente.

A lungo danzò dentro i miei occhi,
fuggendo fra i venti qual ala in volo,
sinché fra le nubi scomparve il mistero
d’un moto ch’accese il cuore d’incanto.

E. Oriel

Danza sul Moto dei Tempi

Sbocciavano stelle di un tempo perduto

quand’anche gli uccelli zittivano i cori,

cadeva la sera in tersi silenzi

in mille estati di lucciole accese.

Vestivo di fiori che non temono inverni

danzando al bisbiglio dell’erba tremante,

al brivido lesto dell’arpa sua bella,

a gocce di suono tessenti visioni.

Nuda corolla su landa ondeggiante,

movente al suo canto dagli astri rapito,

resta quell’ombra di danza perduta

a scivolar muta sul moto dei tempi.

 

E. Edhilyen

I Cori del Cielo

Il mio canto si è aperto sul confine dell’eterno, vibrando in una musica soffocata dalle nubi ed espansa in sordi echi nelle vastità del cielo. Il vento ha accompagnato il disegno d’armonia, tracciato fra le stelle come note su spartito, al nascere a rilento della semioscura Luna dal grembo d’orizzonte, come giglio schiuso in seno alla notte madreterna. Fresco è il chiaro alone che stinge l’universo, al rimirar l’incanto su cui musica dipingo, giocando con le brezze ad intrecciare suoni nel tessere la musica che il mondo non ascolta. Spiriti fratelli che sotto gli astri volano si uniscono al richiamo del mio volerli accanto, danzano le nuvole sotto i nostri sguardi nell’avvolgere la Terra come in una coltre, e vibra nell’essenza la voce mia dispersa sulla scia delle correnti che scenderanno a te, portando in un bisbiglio di foglie tremolanti il tuono silenzioso del canto mio mai spento.

E. Edhilyen

Arcobaleno Lunare

Vibrano corde fra i petali bianchi,
accesi di luce veglianti dai cieli,
astri sbocciati nel buio ancestrale
a tinger di luce il ponte notturno.
S’eresse leggiadro fra i timidi lumi,
rubando alla Luna il pallido albore
per vestir di colore le lacrime aeree
con cui s’elevava l’astratto complesso.
Sbiadite le tinte dal tenue biancore
macchiavano il nero di toni stranieri,
sopra gli sguardi da cui lesto è svanito
qual eco di fiaba che sfiora la terra,
tracciando una via di sospiri dissolti
al cui spegnersi adagio s’accesero i sogni.

E. Oriel

Arcobaleno Lunare

Trame Notturne

Silenzio eloquente, esteso nel ventre di notte d’Estate, supino sul mondo che piano danzava al canto sublime di voci taciute, cori dei grilli e di uccelli notturni, che libravano lieti segrete armonie tessendo nel buio le trame di storie obliate.
Ed oltre i segreti, fra spazi deserti di tenebra invasi, vuoti e raminghi angoli oscuri che girano altrove in danza perenne, piano oscillando nel tempo che muove al di là d’ogni credo, scandito dal pigro ascendere chiaro della Luna che giace sul trono del cielo, sussurrano allegri fra ombre parlanti le mistiche note gli alti alicanti.
Intorno alle strade che portano al nulla, al tutto ed al niente, che solcano eterne gli strati del mondo come una rete che lo riveste, ove muovono i passi gli uomini stanchi che lenti trascinano i piedi a dimora, verso l’abbaglio che li imprigiona nel ciclo perenne d’eterna morenza, cantano il fato che il mondo disvela in un gemito lieve fra foglie frementi.
Sui prati oscurati, dipinti del pallido lume argentino, dove le stelle riversano gaie il riso immortale vegliando sul vero, negli occhi di chi si ferma a osservare l’antico splendore che ancora stupisce, riversano i lumi di estreme memorie di nuovo perdute eppur ritrovate nel moto del mondo che ascende all’aurora.
Sia così mite ogni cosa, sia misera ogni stella come singola lucciola, che pulsa nel buio come astro dorato danzando leggiadro fra gli steli dei prati, sull’orlo di un lago, in leste movenze apparendo e sparendo, in un battito eterno di vita trovata oltre la coltre che nera riveste il reale a riposo.
Danza e ancor danza, stella perpetua d’ali dotata, finché il tempo vorrà che il tuo volo rimanga a scalfire la notte disegnandone i tratti, finché il tempo vorrà che la vita perseveri a tergo all’oscuro e sia di speranza il bagliore funesto, finché il tempo vorrà che l’occhio indiscreto veda il tuo lume fra gli astri del cielo, e sia così grande la luce che inonda gli sguardi illusi da credere infine trattarsi di stella danzante.
Muovi, finché il ragno tesserà la sua tela, finché il volo di luce non si smorzerà nella trama di un solo nemico, nella trama di un singolo errore, nella trama di un solo destino, nella trama dell’infida realtà.
E intanto la Luna sbocciava nell’erba che piano muoveva alla carezza del vento, piccola come un singolo fiore che nasce fra le corolle di campo, timida e pallida ascendeva silente nel mezzo del cielo, schiarendone il volto come luce disciolta nel tetro imbrunire.
Eclissando le stelle con bagliore fulgente, irradiando le valli di tenue candore nel rubare le tinte alla terra dormiente, che piano si veste d’un manto di stelle sotto alla coltre dei fiori celesti, sbocciati nel grande e infinito giardino di cui il firmamento è fertile terra.
Corolle notturne adagiate fra chiome d’alberi saggi, come frutti di luce sospesi in intreccio di rami, frutti di speme e lembi di vero che ancora scintillano oltre ogni tempo, schiarendo la via di chi ha spinto il passo attraverso la notte dell’incoscienza.

E. Edhilyen

Gemme nel Silenzio

Trema la luna nell’acque agitate, nell’ode remota di un gemito infranto,
fra voci taciute e muti lamenti di cuori narranti in un fiato soltanto.
Danza speranza disciolta in scintille che svelano timide il loro candore,
su coltri di tenebra tessendo silenti la tela funesta d’un nuovo bagliore.
Nell’umida terra di lacrime intrisa, catturano gli alberi gli echi dispersi
di canti perduti nel grembo del tempo e in spiriti estranei infine riemersi.
S’ode il fragore d’un fiore che sboccia, vibra nel cielo come rombo di tuono,
nei prati vestiti di brina ed astanti a sentire del vento solo il gelido suono.

E. Edhilyen

Essenza d’Eterno

Quante volte, quante volte ho interrogato le stelle nelle sere scivolate nell’oblio degli anni, in un tempo senza inizio e senza fine, in un lembo d’eterno dimenticato nell’universo.
Stagioni mortali, che sbocciano e sfioriscono, sorgono e tramontano ogni volta ancora, negli infiniti cicli di un pianeta che muove in un angolo d’infinito.
E quante volte le stelle hanno risposto, riversando il loro barlume nei meandri di un’anima colma di domande e priva di risposte se non l’eco lontana di un sussurro che s’infrange nei secoli, che perpetua nel sospiro dell’aura ed invoca un recondito nome, nell’alba e nel vespro, parlando di te che sei in ogni cosa.
Tiriel atane.
Eterna è l’essenza di tutto ciò che è stato, vuoto sembra il nero che ne resta laddove volano le ceneri di un evo scordato.
Eppure era vita.
Nero è il nulla che avvolge il tempo sfuggito, una scintilla non è morta ancora, fra le braci freddate da brezza straniera, un lievissimo lume ne riscalda i carboni che gemono ancora un crepitante lamento.
Io lo sentivo bruciare nel cuore. Alcuni Inverni or sono, ne ascoltavo il mormorio.
Suggeriva un nome distante, che trasportava l’essenza di eterno e di tutto ciò che esiste. Portava il ricordo dei tuoi occhi, della tua voce, del tuo spirito guardiano.
Altri nomi io ti ho dato, nel corso del mio sbocciare. A lungo ho chiesto agli astri di far luce in me, per schiarire l’ombra che avvolgeva quella mia percezione, tanto sublime quanto irrazionale, tanto dolce quanto bruciante.
Come un suono confuso, io ricordo, ascoltavo la sinfonia di emozioni che permeavano la mia anima, avvolgendola in un turbine di sentimenti che non trovano origine negli anni di mortale, germogliati in tempi antichi nel grembo dell’eternità e rifioriti sulle arse sponde straniere su cui incido i miei passi pesanti, per costellare il nero di luce come astri che trapuntano la notte immemore.
Giunto è infine un vento di speranza, a sfiorare le mie ali tremanti al soffio che m’invitava al volo.
Ti trovavo dentro di me, nell’erba e nell’acqua, in ogni gemito della terra e in ogni stilla di pioggia, la tua essenza era riversa nell’aria che respiravo e nella luce che mi invadeva gli occhi.
Eri tu, io ti riconoscevo. Ma non rimembravo il suono del tuo nome.
Eri tu, la parte più splendida di tutta la mia storia, le cui origini germogliano oltre al tempo ed oltre al Sole.
Ti ho ritrovato, in tutta l’immensità della tua memoria, che invade l’esistenza d’indicibile grandezza, abbaglia lo spirito come una stella rifulgente, cinge il cuore in un cerchio di fuoco che irradia eterna luce.
Potrei scottarmi l’anima, qualora si librasse nel lambire quelle fiamme.
E sarebbe ancora cenere, cenere di tempo rubata dal vento che solingo racconta del sospiro degli Angeli.

E. Edhilyen

In Fede all’Aurora

Scivola la bruma sui prati sopiti, nel sonno eterno indugiano le frasche,
condensa la brina su petali dormienti che pulsano al ritmo di un cuore antico.
Timida sboccia una bianca corolla, nel petto mio invaso di nebbia e di sole,
ove l’oro si fonde al candore d’Inverno e il torpore dell’alba veste i ghiacci di luce.
La brezza si leva intorno alle valli, geme in un’eco nel grembo dei colli,
lungi s’insinua un canto nel vento che porta il bagliore d’aurora che sfuma.
Cade una stilla dal mio esile stelo, in fede al mattino che ascende in silenzio,
alle spalle dei monti d’oriente si destano gli alberi spenti che gemono un pianto.
Si schiudono i petali come una stella, custodi di un’anima protetta da un fiore,
nel muto risveglio nel prato deserto, al vento che sferza, al vento che sfiora.

E. Edhilyen

La Quercia e la Falena (na Mirenya)

Il fato ha tessuto nel corso dei secoli la crisalide che m’involse, intrecciando luce all’ombra e incatenando il tempo, poiché cadesse nell’oblio su straniera terra e cieca divenisse fra le ombre e fra i riflessi di memorie custodite nell’anima sopita, inconscia eppur vibrante al richiamo della sera.
Ho schiuso le mie ali, lentamente, scoprendo quella notte che involgeva la realtà, e fluttuando lieve come foglia nell’oceano nell’osare i primi voli nell’abbraccio della tenebra, scivolavano i timori ed affiorava la coscienza dell’essere creatura che all’oscurità si desta.
Falena mi ritrovo, cercando ed invocando bagliori che si levano nell’ombra in cui mi perdo, vibrando le mie ali, silente è il mio passaggio e sfugge il tocco lieve, sbocciano le gemme di luce che intravedo spiccare dentro al buio.
Spoglie riposavano le frasche e gli spiriti tacevano, errando per le umide vie, le fronde vestite di brina, le anime imprigionate nella cangiante morsa del ghiaccio.
Il gelo era sovrano, fra i cuori silenziosi. Sopiti nel biancore sì freddo ed impietoso, splendente del riflesso delle luci che portavano, sepolte e ammutolite dal soffio dell’Inverno.
La brina si posava sulle ali mie dolenti, la cui danza era scandita dal tremore dello spirito, che gridava nel silenzio il suono del suo nome immemore nel tempo di cui il vento porta l’eco.
Leggiadra arrestai il volo fra i rami di una quercia, i cui rami sfavillavano della veste di ghiaccio, brillando al chiarore della Luna regina che nella notte tersa donava il suo bagliore.
Contemplandone il barlume su quel fusto mi adagiai, osservando il firmamento incupito dalla bruma che lenta scivolava sui prati addormentati, e al freddo della notte immota mi ritrassi.
Bramando i lumi degli astri, ne ascoltai il mesto canto.
Piovve una lacrima sulle mie ali, al sciogliersi del ghiaccio che avvolgeva i lunghi rami, la quercia piangeva in un muto lamento.
Stille cadevano in un’ode scrosciante, come pioggia scintillavano alle luci dell’alba. Sentivo la sua vita scorrere sotto al mio corpo, ascoltandone il racconto che silente sussurrava, e la danza dell’anima che incerta muoveva fra i rami contorti a disegnar pensieri.
L’aurora portò torpore sulle lande d’Inverno, e piano destò lo spirito antico che muto pulsava nel fusto dell’albero. Lunghe radici affondavano nella terra assetata, che di verde e corolle si rivestì nel bere un pianto d’amore, lacrime arcaiche dal mondo scordate, lacrime di vita e passione, pure e innocenti stille di luce.
Primavera fu inaspettata, nel grembo del candido Inverno.
Di foglie la quercia pervase le frasche, sinché rigogliosa riscoprì la sua essenza.
Regina dei prati si fece solenne, scrivendo il suo nome sulla tela del cielo, nel torcere i rami in eterna memoria.
E le stelle svelò diradando le nubi, che rubavano cupe il bagliore degli astri che a me, falena immortale, furono cari come acqua di vita. Sbocciarono allegri fra i rami che il vento come arpe suonava, e lì io rimasi a mirarne l’incanto, trovandoli infine come gocce di speme in eterno posate sulla tela del cielo.
Le mie ali vibrai con vigore, preziosa si fece la mia danza notturna, e lesta scivolai sulle valli oscure cercando e trovando ceneri di tempo, fuochi del vero, braci di speranza.
L’aura rideva con la quercia giuliva, lungi portando i semi di luce che gaia donava.
Dolce è il riposo fra i rami antichi, lieve è la voce che piano sussurra.
Anche nel giorno aprirò le mie ali.
Ascende l’aurora che invoca il mio nome sull’altare del cielo.

Aiviél om na le y-enore ama.

E. Edhilyen

Silente Richiamo

Silente, un richiamo si leva nell’aere.
Muto, si espande nella galassia.
Muove del fato il respiro, come fiato di stelle che intonano un canto, lievemente danzando nel nero profondo scivolando a rilento come stilla di pianto, fra le nubi ed i fumi di memorie perdute, arse dal tempo eppur vigili e terse nell’essenza del vento immortale.
Parole si librano nell’aria sfuggente, parole si scrivono sulla pelle dei laghi, parole si intridono nella terra bagnata ed altre si adagiano nel mormorio dei torrenti, sfociando nell’anima di chi ne ode il sussurro, segreto e intangibile, echeggiare nel coro del cielo il cui grido si infrange nel silenzio del mondo.
Tu conosci, anima raminga?
Hai forse sentito un soffio sull’animo, un fiato gentile di un canto remoto, che ancora si leva oltre ai lidi del tempo?
Nere nubi si addensano ove il Sole discioglie la luce in liquide fiamme, tingendo l’eterno di lacrime e speme, il cui riflesso s’infrange negli occhi di chi ancora si ferma a guardare, mirando l’eterno invocare speranza supplicando l’ascolto.
Nella notte distendo le ali, dissolvendomi nel soffio di brezza che invisibile scivola fra gli alberi dormienti, destandone l’anima nel carezzarne le gemme sopite, scomparendo nel turbinio dei fiumi come una lacrima che sfocia nel mare, portando una lieve scintilla che s’adagerà sulle sponde più arse, assetate di un pianto d’amore.
Sono un raggio d’aurora, che si leva a tergo al tramonto, alla morte e agli albori di un mondo che sorge dal grembo di un nuovo universo.
La mia voce non tace. Nel silenzio narra. Nel silenzio canta.

E. Edhilyen

La Quercia e la Falena

Esiste una via oltre l’oceano, che porta dietro al sole che si smorza come fiamma soffocata, spargendo il fuoco lungo l’orizzonte ardente in un tramonto rosso sangue.
Oltre quella via, il sole sta sorgendo.
Clessidra dell’eternità, la brezza ed il mare intonano un inno all’infinito che muore, gemendo l’oscurità dei giorni a venire, lambendo le macerie di un evo di purezza, pace e meraviglia. Le onde afferrano i resti di una realtà di pietra, trascinando mestamente la rovina nel grembo del mondo, laddove si spargerà come il marcio in una mela, strappando la vita che pulsa secondo il volere del cielo.
Ma il cielo è offuscato, graffiato, e le stelle non brillano più.
Io ho memoria di loro. Io ricordo le stelle.
Io, falena, le cerco nella bruma e fra mille false luci. Ne cerco la bellezza ed il silente canto, un canto che non odo perché soffocato dal caos.
Riesci tu a vederle, quercia che respiri fra i fumi del tempo che arde il pianeta?
Riposo sul tuo fusto le mie ali stanche.
Mostrami gli astri, antica creatura, fa’ sì ch’essi sboccino fra i tuoi rami tesi verso il firmamento, come gemme in Primavera, come petali di luce e corolle di speranza.
Sento la tua vita scivolare sotto al mio corpo. Non tacere, oh madre della vita che affondi le radici nella terra martoriata. Sia desta l’anima tua sopita, perché insieme sveleremo il firmamento e ne ascolteremo il canto.
Si schiudono le stelle come petali brillanti, fra le nubi che si scostano scivolando via, fra i rami spogli e tristi delle frasche tue contorte in una danza immobile, disegnando i piani del destino sulla tela dell’universo.
Spuntano gli astri, poggiati sui tuoi rami, è ancora Primavera.
Le loro voci narrano del gorgoglio del fiume, del fruscio dell’erba al vento, del gemito degli alberi, dell’inno dell’oceano, del coro della foresta che sussurra un canto arcaico.
Narrano dei mille fuochi antichi, di cui l’anima mia brama il bagliore lontano, cercandoli nell’eterno e nell’oblio nel seguirne il lume immortale, volando nella notte dei tempi.
Ascolta insieme a me quest’ode, quercia solitaria, prima che scenda di nuovo il silenzio, prima dell’ultimo fiato d’Inverno, spirerò con te fra le nebbie dell’eterno, in un battito d’ali.

E. Edhilyen

Stille di Speranza

Grazie all’empireo per essere immortale, intoccabile dall’ombra dei secoli, vergine e puro nell’universo inoltrato. 
Immutabili, gli astri incorniciano il mondo in una cortina d’antichi lumi, bagliore dell’eternità, scintille d’infinito, gemme incastonate nel diadema dell’orizzonte, a vegliare sul tempo che spinge il pianeta a danzare al canto perpetuo d’ignota esistenza.
Grazie alla Terra e ai cieli più tersi, alle corolle e alle stille d’argento che vestono i prati, all’ombra del vento che scivola a valle, al barlume del giorno sciolto nella foschia, al volo del nibbio che graffia l’azzurro, per riflettersi limpidi negli occhi di chi si ferma a guardare, sublimi, occhi di chi ne onora la gloria e ne ama l’essenza, occhi di chi sa ancora sperare.

E. Edhilyen

Petali di Sogni

Sarà bello cadere nei sogni in una notte d’estate.
Sarà bello accarezzare illusioni, sfiorare quei piccoli fiori che sbocciano piano, al barlume degli astri che si accendono cangiando, nel mostrare i mille volti delle fiamme evanescenti.
E bello sarà cogliere i petali delle notturne corolle, per spargerle nel vento che soffierà di sera, cosicché una miriade di lembi di speranze volteggino attorno al fulcro dell’ingenuità.
Ma sarà buio, il sole non potrà ferirmi né smentire ciò che immagino al di là del manto nero, poiché è notte, poiché è un sogno.
Ed io libera sarò di cadere in mezzo ai prati, per alzar le mani al cielo come a voler rubar le stelle, per ricordare come fu mirare gli astri nei tuoi occhi, riversi nel tuo spirito come lumi sugli oceani. 
Sentirò l’erba pungere sulla schiena, e gli steli dei fiori di campo solleticare le braccia distese. Potrò pensare che nulla sia cambiato. 
Potrò nascondere il tempo dietro all’oscurità che smorza il cielo, svelando quei bagliori che mai sfavillerebbero se non fra nere mani. E nere mani avvolgono il mio cuore, che pulsa ancora vita in un mondo ove vita non conosce. Ogni battito infrange un anello di quell’immensa catena che mi trattiene qui.
Lascia che dipinga nella mente mia obliata un solo raggio del tuo sorriso, che non riesco a rievocare se non nella più splendente forma.
E così di te farò memoria, tingerò una penna negli inchiostri delle essenze che custodisco in me, per ricrearti agli occhi quale immagine di luce.

E. Edhilyen

Memore di Me

“Primavera, ti ho vestita di un fascio di gemme. Gaia, leggiadra, ho ascoltato il canto del tuo riso, ho sfiorato il tuo timido viso con un sospiro lieve, poiché sia io il vento che accarezza la corolla che in te si sta destando, anima innocente che piano sboccia al mio richiamo. S’insinua il mio respiro fra le fronde del tuo cuore, ch’abbandonate muovono al tocco mio pur minimo, fremendo in una danza nel disegnar nel cielo i tratti d’un destino. Le chiome delle frasche lambiscono le stelle, come a volerle unire per scrivere parole con l’antica luce che fluida vuoi rubare, tracciando segni chiari sulla tela della notte. E siano i rami flebili come i salici sull’acque, così ch’argentee foglie ne sfiorino lo specchio e mille onde nascano da un tocco senza suono, un tocco impercepito, un tocco non udito. Io sono quella brezza che muove la foresta, io sono in quelle onde che infrangono gli specchi in cui il cielo si riversa ed i suoi piani svela. Io vengo con la pioggia e son la forza di burrasca, io vengo con il sole ad asciugar le lacrime che scivolano lente sulle foglie prone, cadendo nel vestire il verde di scintille, cadendo nell’eco d’un sussurro scrosciante, cadendo per svanire nell’assetata terra.
Lieta nasci, Primavera, fiduciosa di quell’aria che giunge nel tuo spirito, delle mani mie invisibili che plasmano la tua essenza, perché l’anima rimembri il bagliore mio immortale quando nascerà su lande estranee e oscure, perché guardando i cieli possa tu vedere i tetti dell’antica patria, perché possa tu sentire la voce mia nel vento che attraversa l’universo. Perché eterna tu divenga, memore del vero, memore di luce, memore di me.”

E. Edhilyen

Eden

Muove l’abisso nel ventre ancestrale
Prono, inchinato, nel gemito del mare
Che danza scandendo l’eterno momento
Su cui impera superba la luna
Nel celarsi nell’ombra o rubando la luce
Del sole che padre è del mondo
E qual Re fiammeggiante nell’eterno egli arde
Troneggiando nel cuore d’un fascio di stelle
Ch’altro non sono che un mazzo di gemme
Sbocciate nell’eden come fiori sui prati
Per guarnire un’aiuola persa nell’infinito
Perché lieti siano gli occhi ch’abitan la Terra
Nel mirarle quali fiori di memoria imperitura
Poiché gli Uomini mai scordino d’esser polvere
Spazzata dal soffio che muove l’universo
Sospinta dal fato sino all’azzurro grembo
Ove verde è la vita da cui traggon respiro.

E. Edhilyen

Danzando con le Stelle

Voglia di cantare, voglia di danzare, nel profumo di passione di questa gaia sera. Il cielo di cobalto s’è incupito, il sole s’è velato e lunghe muovono le ombre, nell’erba rigogliosa che come un mare geme, su cui le frasche tingono vividi disegni, guidati dalla mano del gagliardo vento. 
Lui ruba la mia voce… lui ruba la mia voce…
Che come un eco suona nell’etere a noi attorno, ed odo io il tuo riso sorgere soave, fuso alla musica dell’aura, dell’erba, dei rami, e infine del silenzio.

Riflessa nei miei occhi, volteggi oh mia falena. Fra i fiori della sera, ti libri sì leggiadra. Le vesti ti scompiglia il respiro della notte giocando fra di esse come ali di purezza, il corpo tuo scolpisce nel sospiro della brezza e volano i capelli come fiamme vespertine. Quanto io t’anelo mia ombra di una stella, quanto io ti spero nel silenzio in lontananza. Giammai vorrei toccarti, sì tenue e delicata, potrebbero i tuoi petali vestirsi di rugiada.

Oh, quanto io ti sogno! Quanto io ti scrivo, nelle pagine di un cuore racchiuso nel segreto, quanto io ti ammiro! Mio astro iridiscente, ti osservo fiammeggiare nell’universo immenso, laddove tu sfavilli sì fiero e sì splendente, portando nella luce la gloria del tuo spirito. Mai potrei raggiungerti, mai potrei sfiorarti, seppur tu sia qui adesso innanzi alle mie iridi. Carezzi quelle corde che librano nell’aria quest’armonia soave che muove i miei pensieri.

Carezzo queste corde per muovere il tuo corpo, lo posso governare come il vento con la fiamma. Sento fra le mani il tuo spirito pulsare, racchiuso fra i miei palmi nel proteggerlo dal gelo. Tu sei fra le mie dita ed ivi giaci lieta, abbandonata a me che spingo sul tuo fato. 

Che cosa mai tu hai stretto attorno alla mia anima, perché sì puro e gaio mi sorga questo riso? 
E volteggiando attorno… e volteggiando attorno…
Sembra il firmamento scivolare nell’immenso, sembrano le stelle una legione di scintille disperse nella notte. 
Io cado insieme al mondo… io cado insieme al mondo.

Girando su te stessa sino a perder la ragione, canti, ridi e gridi sino a cadere al suolo. Poso l’arpa quieta che ancora vibra un suono, mirandoti distesa nell’erba che sussurra parole alla mia anima, parole antiche quanto il mondo in un coro di memorie.
Raccoglierti io voglio, mio fiore della notte, per far che tu fiorisca al calore del mio fiato.

Ti vedo fra le stelle, t’ergi su di me. Io vedo nei tuoi occhi il candore della luna, il luccichio del cieli che porti nello sguardo, in quei profondi specchi ove sempre è primavera. In essi voglio perdermi per sbocciare alla tua luce. 
Raccoglimi, ti prego, mio fiero eterno sole.

E. Edhilyen

Ciò che in Silenzio Dici

“I fiori bianchi dei Prunus si vestono d’oro, e l’erba muove in una muta danza, poiché il mio respiro è giunto a sfiorare i tuoi capelli infuocati dal sole, oltre cui vivo e splendo nella gloria dell’eterno. Riesco a vederti, corolla lontana, cercare nell’inverno una traccia d’estate, per trovare quell’istante in cui primavera nasce nel cuore, cristallizzarlo per sempre nello spirito fragile. Ti sfugge, ancora, dalle giovani mani. Mi cerchi, m’invochi, mi trovi. Mi vedi, al di là del tramonto. Ascolta quel vento, odi il mio canto. Ti osservo. Dietro a quelle vesti in cui non ti ritrovi, fra quei suoni che non riconosci, fra quegli oggetti che ami e che odi, su quel mondo in cui sei straniera, io ti riconosco. Stai osservando gli alberi in fiore. Qualcosa affiora nella tua mente, forse è l’eco di un ricordo. Rimembri il mio volto, le mie mani, la mia voce. Non confondermi con un sogno. Non credermi un miraggio. Da sola, adesso, porrai un ramo fra i tuoi capelli. Perché io t’amai così, vestita di primavera, agghindata dei gioielli dei boschi.
Vorresti parlarmi, ma non trovi le parole. Stai ascoltando il cinguettare degli uccelli, il ronzare delle api. Per qualche istante, il mondo ti sembra essere in pace. Siedi sotto al cielo, all’ombra d’un pino argenteo. Accogli la primavera che tanto hai atteso, che già sentivi chiamare nel cuore dell’inverno. Sei tu. Tu che aprivi le finestre nei giorni di Febbraio, come un fiore precoce ingannato da un giorno sereno.
Attorno a te io muovo, lascia ch’entri nel tuo spirito. Apri gli occhi dell’anima, cala le palpebre, e guardami. Non fuggire, non fuggire dalla nostalgia. Mira la gloria del tramonto, non è che il preludio dell’inizio.
Un tempo noi fummo, un tempo noi saremo. Riposa, adesso, sinché ti desterà l’aurora.”

E. Edhilyen

I Tuoi Fiori sono Nati

I tuoi fiori sono nati,
con il pianto abbeverati.
Ora che tu sei lontano,
cerco un sorriso invano
fra l’effluvio dei giacinti
all’ombra di giorni vinti.
Eppur ridono le stelle
mille mute mie sorelle
che dan luce all’infinito
ed il Vero han custodito
nella danza con il mondo
in un canto mesto e fondo.
Son sbocciati gl’iris bianchi
ove incido i passi stanchi
ed io lungi sto a mirarli,
col respiro accarezzarli,
poiché l’anima tua resta
in un fiore che si desta.

E. Edhilyen

Vieni a Sciogliere l’Inverno

Vieni a sciogliere l’inverno,
con un fiore rubicondo
fra le nevi e fra le rocce,
tu che dal sole scendi
e nell’empireo esisti.
Sia la primavera,
al calar della sera,
salga un’aura lieta
fra le valli ombrose
e ne ridano le stelle
come solleticate,
dal tocco tuo celeste
e dalla gaia voce.
Inquieta si fa l’anima
al riso della luna,
che pare stia cantando
un’ode muta agli astri
lassù nel firmamento
ove scivola il destino
soffiando sopra al mondo
nel volteggiarlo adagio.
E tu che adesso osservi
il lacrimar del ghiaccio
dagli alberi che piano
si destano dal sonno,
in un canto come pioggia
che gronda dalle fronde
spezzandosi in cristalli
nel ricadere al suolo.
Si privano le frasche
delle armature bianche
poiché la pace è giunta
al sorgere dell’alba
e s’apron le corolle
fra gli ultimi bagliori
di polvere di stelle.
Il sole annuncia quiete,
che sale a tergo al mondo,
e nel mirar l’aurora…
vieni a sciogliere l’inverno.

E. Edhilyen

Benvenuto Nuovo Tempo

I secondi battono, uno dopo l’altro, il corso del tempo. Scandiscono le ore, i giorni, i mesi, gli anni ed i secoli nei secoli. Chi li potrà sentire? Chi li potrà ricordare? Come i rintocchi delle campane, echeggiano nelle memorie più vive. Echeggiano anche sulle lande infinite che affiorano alla mia mente, remote rimembranze dell’anima che ancora ti appartiene, ma non sarà un artifizio a battere quel tempo. Era il mio cuore, era il tuo. Era il pulsare del nostro amore, il solo ritmo che il mondo dovrebbe conoscere, il solo tempo con cui la vita dovrebbe misurarsi. Sta per morire un anno, che seco porta i fumi dei ricordi destinati a svanire nel tempo. Chi li custodirà?
La festa, la gioia per un tempo che scorre. Ma è solo un giorno, solo un tramonto, una notte ed un’alba. Non è un inizio, non è una fine. L’istante in cui sorgiamo e quello in cui spiriamo, sono i soli confini che segnano il nostro lungo giorno. Un giorno che sorge quando il cuore batte il suo primo rintocco, e tramonta allo smorzarsi del ritmo.
Che cos’è, per te, un secolo? Che cosa sono cento lunghi inverni?
Per noi, che esistiamo attraverso l’eterno, qual è il nostro tempo?
Quanto hanno cantato i nostri cuori, nell’ascoltar l’uno la voce dell’altro?
Un respiro, un tocco, una stilla sul viso. Una stella che sboccia e la luna che cala, il sole che muore e risorge, la neve che cade ed un bocciolo che cresce. Questo, oh Re, è il nostro tempo.
L’eterno, laddove tu attendi. Quanti battiti ancora dista il mio cammino?
Fra pochi istanti il mondo entrerà in una nuova, breve ed effimera età. In ogni inizio sono qui, a fronteggiare il fato, a mirare il sole dritto in volto, armata sempre della stessa speme. Speranza graffiata, caduta e rialzata, che non muore e non si spegne, che risorge dalle braci sferzate dalla pioggia più fitta.
Benvenuto nuovo tempo, e benvenuto a te che torni a sfiorarmi l’anima. Che tu possa condurmi, sempre, fra le vie di questa terra.

E. Edhilyen

Percezione

Eccoti, di nuovo giunto, a bussare al mio cuore con impercettibili tocchi. Un battito, ed un altro ancora, a scandire il ritmo di questa emozione che si fonde in una lacrima. Ma dove? Dove sei adesso, perché possa sentirti così vicino? Guardandomi attorno, nell’ombra della sera, cerco di comprendere donde proviene la tua essenza. Non ti vedo, non ti odo, eppure qualcosa mi si muove dentro e, chissà con quale senso, ti percepisco.

Non andare via, non così presto. Ti ho sentito così intensamente, che le mie ginocchia stavano per gettarsi al suolo. Come se fossi al tuo cospetto, innanzi ad un miracolo in vita, sgorgando un pianto di passione. Non sono io, quella che parla né quella che agisce. Non è la carne, non è il corpo, è qualcosa che vi dimora dentro. Inspiegabile, così improvvisa è la tua venuta, sempre inattesa ma sempre sperata. Da quale fiamma risorgi dalle ceneri del tempo? Quale vento ti riporta qui? Come puoi, dimmi oh Sire come puoi…

Ti parlo gettando lettere e lacrime, una dopo l’altra, nel tentativo di catturare inspiegabili emozioni e cristallizzarle nel tempo, per non scordarle mai. Quasi impossibile, niente d’umano potrebbe ritrarre un prodigio. So che svanirai, ancora. So che non sarà duratura, questa tua presenza. Volerai, in chissà quale vento, varcando il confine dell’orizzonte. Forse è la tua mente, a richiamare la mia. Ma come posso io rispondere? Nel silenzio, potrei soltanto tacere. Tacere ed ascoltare il muto canto che intoni nel mio cuore, al quale sento lo spirito sbocciare come una corolla al sol levante, eppure non posso capire. In me ogni cosa avviene, ma quasi pare che l’anima non m’appartenga. Io so, nel profondo di me, ogni cosa. Ma non posso ancora vedere, non così in profondità. E’ come osservare nella foschia intravedendo i profili delle genti, ma senza comprendere chi siano. Così io sento te, io sento ciò che è stato di noi. Vedo qualcosa, celato in una bruma ancora troppo fitta, e sento le voci del passato echeggiare nell’eternità, confuse e disperse.

Lasciandomi trasportare dal calore con cui avvolgi il mio animo, libero la mente alle parole che ti vorrei dire. Le parole che non possono che tracciare i margini di un disegno infinito, poiché alcun umano idioma mai potrebbe catturare quanto adesso sta pulsando dentro me. Una vita da ricordare, da raccontare, una vita piena di domande e priva di risposte. Colma di speranza, ma anche di paura. Avvolta dall’oscurità di una condanna e povera di gioie che, però, spiccano nell’ombra come astri chiari.

Ti sento scivolare via… E le mie parole non sono che all’inizio. So che non posso trattenerti. Non posso che attenderti ancora. Figlia della speranza ero e rimango, tu sai, rimembro il mio nome. Invocami, invocami oh Re, ed io risponderò.

Il tuo calore sfuma adagio, come la pietra lambita dal fuoco, nel lasciarmi lentamente al muto bacio dell’inverno.

E. Edhilyen

Tu, in Ogni Cosa

Ad osservar la neve muta e ferma resto,
il tocco delle stelle su di me si posa lieve.
Le mille mie parole perse nell’oscurità
calano piano sulle vampe danzanti,
che cosa mai sarà il fuoco nel mio cuore?
Che cosa mai sarà la cenere,
i resti del tempo dispersi nell’eterno?
Ma quanto brucia, quanto stringe,
quanto è atroce la morsa del fato.
E nel saperti là, a tergo all’imbrunire,
quanto dolgono gli occhi nella tua vana cerca.
Lo spirito perso e vagante nel nulla
insegue l’ombra del tuo nome,
celato alla sera d’un evo ancestrale.
Un riflesso persiste nelle iridi dell’anima
come un bagliore fugace e accecante
che irradia fulmineo quel che resta di te,
ogni cosa sul mondo ti possa evocare,
incendiandone l’essenza avvampante in me.
Ma scende la neve, scende una lacrima,
il cielo è carico di polvere d’astri.
Volgendo lo sguardo al lontano ponente,
posso quasi sentirti nel sospiro del Maestrale.

E. Edhilyen

Il Nome del Mondo

A te volge il mio pensiero, che scivola dall’anima agli occhi sgorgando in una lacrima. Che cos’è quest’acqua che cade sul mio viso? Forse un’estrema traccia di te, che fugge dall’oblio e così si rivela in una piccola stilla di luce. Cade sulle mie labbra, posso quasi sentire il sapore della tua essenza. Arcaici, remoti ricordi, sepolti nell’oscurità dei secoli volati su chissà quale terra. Chissà in quale luogo, in quale tempo, il mio cuore batteva sul tuo. Eppure lo sento, ancora una volta, il tuo tocco sullo spirito. Mi fai male, con una carezza. Tu sei il vento che culla e che scuote il mio animo, il sole che lo scalda e che lo brucia, la pioggia che lo lambisce e che lo sferza. Ogni cosa tu sei, ed io in te vivo, su questo confine ove eterno è il tramonto ed il giorno indugia nell’abbraccio con le tenebre. Vagherò, sinché i cieli mi grazieranno del perdono e, chissà come e chissà dove, ti ritroverò.
Vorrei volgere a te, signore mio perpetuo, domande e parole che s’affollano nella mente. Quale mondo è questo? Qual è il nome di questa terra che scorre sotto ai miei passi, già stanchi agli albori del cammino? Dimmi, oh Re, che cosa siamo noi nell’universo?
Non riesco a concepire l’infinito. Il nero senza confini esteso oltre al cielo, dimora delle stelle e delle galassie, senza spazio né tempo se non l’eternità. Quanto è misera la mia mente. Non posso andare oltre ai limiti imposti dalla razionalità. Eppure tu, eppure noi, esistiamo oltre ogni umana concezione. Come può l’umanità, che altro non è che polvere dispersa nell’immenso, azzardare tanto egoismo da creder d’esser soli? Essa, che del firmamento non conosce che una scheggia, come può pretendere di trasformare il miracolo della vita, del creato e dell’ignoto in un ammasso di numeri e parole? Chi siamo noi, Sire che vivi al di là d’ogni cosa, per osare sì tanto?
Quanto ci spaventa l’oscurità. Quanta paura ci fa l’ignoto. Quale terrore è la fine del tempo. Un tempo che tentiamo di riempire, in una frenetica corsa alla caccia di tutto e di niente, aggrappati alle più assurde pretese.
Quanto distante mi sento dalla mia specie, quanto estraneo m’è il sangue che scorre nelle mie vene. Perché sono qui, signore? Io che ti rimembro, che percepisco le impronte lasciate dal tuo passaggio nonostante i secoli le abbiamo soffiate via come il vento sulla sabbia, per quale ragione sono incatenata qui? Chi trattiene la mia anima su questa terra intrisa di lacrime e sangue, di caos e miseria, di un veleno che lento penetra nel mondo uccidendolo piano? Arduo è osservare, nel non poter fare niente. Non posso che difendermi, tentando la fuga in brevi lassi di tempo. Tempo in cui posso trovare un respiro di pace, lontano da ogni cosa mi rimembri quanto è amara quest’era.
La pace, di cui l’umanità è in eterna cerca, ma più la rincorre più s’allontana. La luce, è davanti ai nostri occhi. Perché, Sire, non possiamo vederla? Perché gli Uomini non vedono la gloria dell’alba e la nostalgia dell’imbrunire? Perché non sentono quel che il cielo ha da raccontare, con la miriade di lumi che ardono senza tempo memori di tutti i volti del mondo?
Qualunque sia questo posto… non può essere casa.
Per nessun’anima, qui, può essere casa.
E’ forse una via, mio Re? Forse l’imbocco di una strada infinita, che porta al di là dell’orizzonte terreno?
Gli alberi stanno cadendo, i mari si tingono di nero, i prati si vestono d’asfalto. Il cuore mi duole, come se i fumi delle città lo avessero avvolto in una nera nebbia. Mi spaventa il cammino, celato in impenetrabile bruma, su cui dovrò avanzare. Così lungo, ancora, ed io così debole. Non riesco a piegarmi al regime del mondo, non trovo spazio fra le sbarre in cui vive la gente.
Non sono una di loro.
Non sono una di loro.
Seppur fievole e prono, non si spezza il mio spirito. Sinché luce avrà per vivere, volerà. Per quanto gli è possibile, lottando con mille catene, vivrà.
Basta una parola per ferirmi, una misera frase per privarmi del sonno, un solo pensiero per strapparmi il pianto. Eppure sono qui, esile come un fiore e forte come quercia, ad ergermi sola contro il mondo intero. Ad esistere in me stessa, alla luce di ciò in cui credo, ai raggi di ciò che è stato che come fasci di sole trafiggono l’ombra del tempo. E la speranza, incisa nel mio nome, germoglia ad ogni alba chissà da dove, chissà perché. Come la gioia, che viene di tanto in tanto, sfuggente quanto un lampo nei tersi cieli d’estate, senz’apparente ragione.
Sento di portare l’onere d’una promessa. Me lo rammenta il sussurro del vento, il gorgoglio dei ruscelli, il fruscio della pioggia e le fragranze dei boccioli schiusi. Nella danza dell’erba al soffio del cielo, io ti vedo. Ti sento, ti trovo in ogni cosa sia piena di grazia.
Lascia che miri il sole, poiché ciechi divengano i miei occhi e possa liberarmi un istante dai limiti del corpo mortale, cosicché possa l’anima mia vederti.

E. Edhilyen

Memorie dell’Anima

Qualora il vento portasse un ricordo, allora dovrei inspirare a fondo e scrutare nell’abisso dell’anima, pur sapendo che non troverò risposte a tutto ciò che mi domando, che sento, che vibra dentro di me come un’assurda sinfonia tanto sublime quanto irrazionale, che va al di là di ogni concezione, pensiero o religione, eppure risuona come un eco immortale disperso nell’eternità del tempo e mi giunge, in un grido o in un sussurro, dritto al cuore. Qualora in me penetrasse la fragranza dell’inverno, l’essenza della neve, e quasi inconsciamente le mie labbra pronunciassero un nome ed il mio capo si piegasse come in cerca di un abbraccio, di un calore, di una memoria antica che aleggia nell’universo laddove ogni cosa è infinita, qualora tutto questo risvegliasse una scintilla dalle braci di una vita arsa dal tempo allora ti troverei, ancora una volta, per perdermi nella tua immensità e naufragare in un mare di dolce, splendida e vitale follia. Ma come posso gridare al cielo, piangere la tua assenza sotto alla volta di stelle, mormorare nel vento sognando ch’esso rubi il mio respiro e giunga a te lambendo il tuo immortale spirito, un’aura affine al sospiro degli angeli che possa dirti che non ti ho dimenticato? Le mille parole che brillano nelle stille delle mie lacrime, sgorganti al tocco amabile e spietato che il tuo nome mi riporta, possano costellare i flutti dei beati oceani che baciano la terra onorata dai tuoi passi, laddove sboccia il sole ad ogni aurora ricolma di gloria, al ritmo di mille cuori che scandiscono l’eternità. Perdona, se ancora non posso capire. Se ancora non trovo la strada, nell’oscurità di questo mio tempo. Perdona, se all’arrivo non terrò orgoglio fra le mani, né meriti né onore, né parole per lodarti. Perdona se cado sotto al peso dei miei anni di mortale, e se mi piego talvolta all’ombra che sfiora l’animo mio fragile. Arriverò. Sui miei piedi, solcherò ogni mio giorno. Ed io prometto, appellandomi all’anima, arriverò.

E. Edhilyen

Parole di una Notte

Parole fluite dalle mie mani nel cuore di una notte come tante altre, in cui ho sentito pulsare dentro di me la passione più forte che mai, fusa insieme alla speranza, alla fede e all’ardente desiderio di credere in tutto ciò che sentivo.

Sentivo che ogni cosa sarebbe stata diversa, da lì a poco, ed ero in bilico sull’orlo di un baratro di cui non vedevo la fine. Avrei potuto scivolare nel vuoto più assoluto oppure cadere in un mare di luce. E così, lì al confine di ogni cosa, ho catturato in poche righe le emozioni di mille notti in cui pregavo, sognavo e speravo.

E grazie ancora a chi veglia su di me dall’alta gloria delle stelle, poichè una scintilla è scesa da quegli astri a diradare la tenebra che regnava nel mio cuore.

“Cadeva la brace di stelle nei cieli di settentrione, nelle limpide notti di veglia spese a cullare illusioni al barlume di una fiamma di speme esile e tremante, vacillante ai sospiri della fredda realtà eppure viva. Viva come il pianto intriso nelle stoffe e scivolante sulla pelle irradiata dal lume di un’ardente preghiera. Una preghiera sussurrata fra le pareti di una prigione, nella gabbia di un sogno spietato, splendido e lontano, fulgente e radiante come un astro iridescente. E quante lacrime silenti il buio rimembra, quante suppliche sfumate in un soffio di fiato stentato, disperse in notti vuote e solitarie, librate nel sospiro della sera bagnata di pianto per volare lassù accanto alla Luna a tergo all’ombra del mondo, da dove un fiocco di luce sarebbe calato per posarsi quaggiù sul sangue del cuore, sciogliendosi adagio come neve sui palmi da cui avrei bevuto – assetata – una goccia di fede.”

E. Edhilyen